La Corte Ue salva il salario minimo. Von der Leyen: “Legge pietra miliare”. La sinistra europea esulta: “Ora Stati la applichino”
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Cgue) ha respinto in gran parte il ricorso presentato dalla Danimarca e sostenuto dalla Svezia, volto ad annullare integralmente la direttiva Ue 2022/2041 sui salari minimi. La sentenza conferma la validità del quadro normativo, compreso l’obbligo di promuovere la contrattazione collettiva. Decisione che viene definita “una pietra miliare” dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Mentre la sinistra europea festeggia e in Italia opposizioni e Cgil pungolano la premier Giorgia Meloni sull’introduzione del salario minimo legale che la maggioranza ha sempre respinto e che, del resto, nemmeno l’odierna sentenza impone. Per i Paesi come Danimarca e Italia, che definiscono i salari minimi esclusivamente tramite contratti collettivi, la sentenza conferma che la direttiva “non impone l’obbligo di introdurre un salario minimo legale né di dichiarare i contratti collettivi universalmente applicabili”. La Corte ha invece annullato due specifiche disposizioni della direttiva, rivolte agli Stati membri in cui sono previsti salari minimi fissati per legge e riguardanti la loro determinazione o l’aggiornamento, che sono state ritenute troppo invasive nelle competenze nazionali.
La conferma dell’impianto normativo – Il ricorso mirava a far dichiarare illegittima tutta la direttiva che, secondo Copenaghen, rappresenta una “ingerenza diretta del diritto dell’Unione nella determinazione delle retribuzioni all’interno degli Stati membri”, in violazione dell’articolo 153 paragrafo 5 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (Tfue), che esclude espressamente la competenza Ue in materia di retribuzioni e diritto di associazione. La Corte ha invece stabilito che tale norma si applica solo alle misure che comportano una “diretta ingerenza del diritto dell’Unione nella determinazione delle retribuzioni”. Mentre le disposizioni della direttiva, che hanno lo scopo di “migliorare le condizioni di vita e di lavoro nell’Unione, in particolare l’adeguatezza dei salari minimi per i lavoratori”, sono state per la maggior parte ritenute compatibili con la ripartizione delle competenze prevista dal Tfue. In particolare, la Corte ha respinto il motivo di ricorso sull’articolo 4 della direttiva, che promuove la contrattazione collettiva sulla determinazione dei salari. La Corte ha escluso che l’obbligo per gli Stati membri con bassa copertura contrattuale (inferiore all’80%) di elaborare un “piano d’azione per promuovere la contrattazione collettiva” costituisca un’ingerenza diretta nel “diritto di associazione” o nelle retribuzioni.
Le disposizioni annullate – I giudici del Lussemburgo hanno tuttavia accolto il ricorso della Danimarca su due punti che riguardano specificamente la procedura per la determinazione dei salari minimi legali adeguati. Sono state annullate due parti dell’articolo 5: quella che elencava quattro elementi (tra cui potere d’acquisto, costo della vita, livello dei salari e produttività) che i criteri nazionali di determinazione dei salari minimi legali dovevano “almeno comprendere”. Imposizione non consentita, secondo la Corte, perché comporta “un’armonizzazione di una parte degli elementi costitutivi di detti salari e, pertanto, un’ingerenza diretta del diritto dell’Unione nella determinazione delle retribuzioni”. Allo stesso modo è stata annullata la cosiddetta “clausola di non regresso“, la disposizione della direttiva vietava la riduzione del salario minimo ai Paesi che utilizzano sistemi di adeguamento automatico dei salari minimi legali. Secondo i giudici, la clausola costituiva un’ingerenza diretta del diritto dell’Unione nella determinazione delle retribuzioni, materia che deve rimanere esclusa dalla competenza legislativa Ue.
Le reazioni alla sentenza – Resta dunque valido l’impianto generale della direttiva ed è questo l’elemento che viene sottolineato dalla politica, innanzitutto dalla presidente von der Leyen: “La direttiva sarà attuata nel pieno rispetto delle tradizioni nazionali, dell’autonomia delle parti sociali e dell’importanza della contrattazione collettiva. Il nostro impegno è che il lavoro sia davvero remunerativo”. Positiva anche la vicepresidente esecutiva della Commissione con delega ai i diritti sociali e le competenze, la qualità del lavoro e la preparazione, Roxana Mînzatu: “La sentenza rafforza il modello sociale europeo, basato su salari equi e adeguati e su una solida contrattazione collettiva, che porta sia equità sociale che benefici economici. Questa è una buona notizia per i lavoratori, soprattutto per quelli con salari bassi, e per i datori di lavoro in tutta Europa che pagano salari equi”. “Un forte segnale di speranza e giustizia sociale”, per i Socialisti europei e “una vittoria per i diritto” secondo la Sinistra Ue. In Italia, le opposizioni parlano di conferma che deve far riflettere “Giorgia Meloni che continua a fare ostruzionismo su una legge di civiltà in un Paese dove i salari e gli stipendi hanno perso potere d’acquisto più di tutti gli altri Stati europei. E’ l’ora di riaprire la discussione sul salario minimo anche in Italia”, ha detto il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto. Posizione condivida anche da Alleanza Versi e Sinistra e dalla segretaria confederale della Cgil, Francesca Re David: “Il Governo italiano non ha più scuse, smetta di nascondersi dietro artifici burocratici ‘interpretativi’ della direttiva e faccia ciò che va fatto: avvii immediatamente un tavolo con le parti sociali per realizzare finalmente anche in Italia il salario minimo”.