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La sospensione tra la vita e la morte, l’esame delle cicatrici, i fantasmi di chi non c’è più: le voci delle vittime degli attentati del 13 novembre a Parigi portate in scena per un rito collettivo

"Les consolantes" (ovvero "Le consolatrici") gira sale e teatri francesi e questa settimana sarà presentato alle associazioni delle vittime. Molto più di uno spettacolo, è un rito rivolto a tutti gli anonimi che hanno vissuto gli eventi traumatici di dieci anni fa
La sospensione tra la vita e la morte, l’esame delle cicatrici, i fantasmi di chi non c’è più: le voci delle vittime degli attentati del 13 novembre a Parigi portate in scena per un rito collettivo
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Le poltrone degli spettatori sono disposte a ferro di cavallo. Gli attori siedono sparsi nella folla. Al centro, teloni di nylon bianco coprono il pavimento facendo a pugni con il nero dello sfondo. È il luogo “lineare e rettangolare”, dove cercare la pace. “Ce n’è voluto di tempo per trovarci qui, nel posto giusto, al momento giusto”, attacca la prima voce che dà il via a “Les consolantes” (letteralmente “Le consolatrici”). Spettacolo non è la parola giusta, rito forse si avvicina. È ispirato alle testimonianze dei sopravvissuti degli attentati del 13 novembre a Parigi: da qualche mese gira sale e teatri, in questa settimana di commemorazioni sarà messo in scena per le associazioni delle vittime. “Come costruire un luogo di pace nel cuore della città?”, è la prima domanda che risuona. L’obiettivo è quello di creare una sala di tribunale: uno spazio chiuso dove la parola possa liberarsi. “E dove c’è un buco nero. Fidatevi e immergiamoci insieme”. Inizia così un vortice di voci, storie, vite. Un terremoto di anime che hanno affrontato l’indicibile, da sole o insieme. Il più delle volte in gruppo. Ma ancora non abbastanza in comunità. Eppure, tutti, sono stati toccati dalla strage che in una notte ha visto la morte di 130 persone. E le cui ferite, per chi è rimasto, non si sono mai rimarginate.

Dopo dieci anni, è venuto il tempo di ascoltare quelle voci e di affrontarle insieme. Farle uscire da un’aula di tribunale e metterle sulla scena di un teatro così che tutti possano sentirle. Gli spettatori del Theatre de la Concorde di Parigi si guardano gli uni con gli altri: “Sono lì per essere ognuno testimone dell’altro, proprio come quella notte”, dice la regista e autrice Pauline Susini. C’è la signora con i ricci accompagnata dall’amica: la prima prende i fazzoletti di nascosto dalla borsa, le due si ascoltano piangere, ma mai si guardano in faccia. Di lato una figlia tiene la mano alla madre: vuole essere lei il supporto per questa sera e fissa il pavimento quando il magone si fa più forte. Di fronte, una donna con i capelli tirati indietro si aggrappa al braccio di un uomo. Sono sempre più vicini, mentre dietro due ventenni si stringono forte. Quasi si sciolgono man mano che passano i minuti. Tanti i solitari. Tutti lottano con le emozioni. Ogni tanto, qualcuno fa uno scatto e si asciuga rapido una guancia.

“Le consolatrici” parla a loro: gli anonimi che hanno vissuto gli attentati del 2015 da vittime, ma anche da amici delle vittime o semplici abitanti di una città travolta da una guerra. Nel buio di un teatro, tutte le loro esperienze hanno valore. Tutte trovano, finalmente, posto. Il dolore è così fresco che sembrano passati molto meno di dieci anni: perché per sedimentare, per essere consolato, ha bisogno di essere condiviso. “Ogni scena è ispirata da una frase che ho sentito nella raccolta di testimonianze dell’Istituto di storia del tempo presente”, spiega Susini. “Dopo averle ascoltate per giorni ho avuto un blocco. Ero attraversata da tutto questo terrore, da questo trauma. Non riuscivo a scrivere. Poi ho letto i vecchi miti greci e da lì sono ripartita. Mi sono serviti per mettere della distanza e raccontare”. Così è riuscita a portare in scena l’impronunciabile. C’è la sedicenne che era in prima fila al Bataclan e che nella fuga ha fatto l’errore di guardarsi indietro (“Proprio come Euridice”; dice Susini): la fossa degli spettatori appiccicati al pavimento sperando di sprofondare la perseguita ogni giorno. E da quel giorno si sente tra la vita e la morte. Ci sono i sopravvissuti che lottano per essere riconosciuti dal fondo delle vittime di terrorismo: gli esami delle cicatrici vengono fatti ogni anno da team di medici e ogni riduzione della lunghezza del graffio diminuisce l’indennità. E la tortura si ripete. Si aggiungono le voci di chi chiede “di andare avanti”, mentre tutto trascina indietro. O le richieste disperate di vivere il lutto in modo diverso: la madre che vuole raccontare la storia del figlio perso in tribunale “se no è come se non ci fosse mai stato”, il padre che la implora di tenerlo fuori da quella storia. Ma ci è già dentro. E poi l’uomo ricoverato in ospedale in condizioni estreme che riprende contatto con la vita quando una delle infermiere gli fa uno shampoo. È pelato, ma quel gesto di quotidianità lo riporta nel mondo.

Lo spettacolo, o il rito, va veloce perché le voci e i personaggi si susseguono incatenati. Non c’è solo il dolore, ma anche le risate e gli sbalzi d’umore di chi sta appeso a un filo: l’aggressività, la nostalgia, il desiderio e la mortificazione. I fantasmi di chi non c’è più sono vivi e, spesso, colorati. Come la ragazza che ricompare per il giorno del suo funerale vestita da regina e riprende gli amici per la cerimonia. Tutta sbagliata, che non la rappresenta. La rabbia assurda di chi non c’è, stride con l’incredulità e il sollievo di chi cercava modi impensabili di ricordarla. Poi il medico eroe che non vuole esserlo, la psicologa che abbraccia il paziente con l’abbraccio che non è riuscito a dare nella realtà. Alla fine è l’amante scomparso, ricoperto di paillettes, a salutare il suo compagno e a concedergli di andare avanti. E la sua danza luccicante dà un po’ di sollievo a chi ascolta. La luce si spegne e resta così per qualche minuto interminabile. La sala sente tutte le emozioni insieme in una vera e propria catarsi.

“Dando la parola a queste persone è come se fossero qui davanti a noi”, spiega l’attore Sébastien Desjours. “C’è una distanza. Ma al tempo stesso noi siamo dentro la platea, sentiamo le persone e dobbiamo trovare il modo giusto di esserci. Siamo proprio nell’intimità di chi viene. Rappresenta bene quello che ha significato questa storia” per tutti noi. “Il tema è così pesante”, chiude la regista Susini, “che tra noi c’era un legame che ho raramente sentito così forte in un progetto, non ci ha mai lasciato. Gli attori devono riuscire ad accompagnare gli spettatori in un percorso che non sia né violento né doloroso”. E chi sono alla fine “le consolatrici”? “La risposta è che siamo tutti noi, insieme. La comunità consola”. Intanto, in sala si riaccendono le luci dopo il buio sembrato infinito. Le facce si guardano intorno con complicità. Il rito è finito, qualcosa è cambiato.

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