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Garlasco, Lovati revocato dal suo incarico: qualche riflessione sul rapporto tra cliente e difensore

Il nostro codice deontologico disciplina i limiti entro cui l’avvocato può e deve comunicare con i media
Garlasco, Lovati revocato dal suo incarico: qualche riflessione sul rapporto tra cliente e difensore
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Leggo che l’avvocato Lovati è stato revocato dal suo incarico. Con il clamore mediatico che il caso Garlasco suscita ogni giorno anche questo fa notizia. L’altra notizia è che è stato sostituito da un altro bravo avvocato, conosciuto per aver difeso imputati noti alla cronaca nazionale.
Ora, non è raro che il rapporto di fiducia tra un avvocato e il proprio assistito venga meno ma non sempre è il cliente a decidere di interromperlo. Anzi, spesso è il difensore a rinunciare all’incarico e la rinuncia non è quasi mai legata a dubbi sull’innocenza dell’assistito.

Quando un avvocato decide di difendere una persona indagata, o imputata, in un procedimento penale, lo fa nel rispetto del giuramento che ha prestato quando ha indossato la toga per la prima volta. Nella convinzione che tutti abbiano diritto ad un giusto processo. È abbastanza frequente che la fiducia venga meno, invece, quando ci sono contrasti nella scelta della strategia difensiva o quando il cliente viene indotto da conoscenti o parenti a cambiare difensore. Anche queste sono eventualità che si mettono in conto, e si raccontano tra colleghi fuori dalle aule dei tribunali. Difficilmente vengono riportate dagli organi di stampa, a meno che non si tratti di una vicenda molto seguita, dove anche la sostituzione di un difensore può diventare un argomento del quale scrivere.

Avevo già parlato del caso Garlasco in un precedente post affrontando il tema della giustizia mediatica e il rischio che questa possa influenzare il futuro processo in tribunale (sempre che il processo si celebri). Il rapporto degli avvocati con la stampa è particolarmente delicato. Il nostro codice deontologico disciplina i limiti entro cui l’avvocato può e deve comunicare con i media. La stampa, la tv, i social sono sempre più uno strumento di pubblicità per il professionista e quest’ultimo non sempre può farne a meno, anche per far conoscere l’esito positivo di un processo o, nell’interesse del proprio assistito, raccontare il caso che sta seguendo senza entrare nei dettagli o divulgare informazioni coperte da segreto. Ma a volte la eccessiva sovraesposizione mediatica può esporre a critiche e accuse di protagonismo con il rischio di un giudizio negativo della gente.

Non ho mai seguito i talk a cui ha partecipato l’avvocato di Andrea Sempio, salvo qualche sua intervista dove mi ha dato l’idea di conoscere molto bene la materia, al di là delle ipotesi alternative, che personalmente non condivido e che qualcuno ritiene stravaganti, su ciò che è accaduto a Garlasco all’epoca della morte di Chiara Poggi. Ma chi sono io per poter esprimere un giudizio anche su questo? Il problema è che questa nuova indagine, che continua ad arricchirsi di colpi di scena e tifo da stadio sui social, sembra non concludersi mai. Nel frattempo la giustizia mediatica fa il suo corso, rapida, implacabile e senza garanzie, mietendo vittime prima che quella reale si pronunci.

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