“Ogni giorno siamo sotto i bombardamenti, ma non ci muoviamo. Difendere la diga di Tishreen è difendere un modello di libertà.” La testimonianza di Viola, dal Nord-Est della Siria, si unisce a distanza al presidio davanti al consolato della Turchia a Genova, organizzato dalla “Rete Kurdistan Italia” e da altre realtà solidali con il Rojava. Quando, lo scorso dicembre, è crollato il regime siriano di Bashar al-Assad, Viola si trovava nella regione autonoma del Rojava per studiare il modello del “confederalismo democratico” e conoscere da vicino la realtà di quell’area. Lì è rimasta, come diversi altri cittadini internazionali, per stare accanto alla popolazione curda, “che rischia, ancora una volta” – spiega – “di subire un’invasione da parte delle milizie jihadiste, che tutti qui vedono al servizio del governo turco, in un’unione di intenti malgrado differenze e contraddizioni”.
In effetti i bombardamenti di Ankara sul Rojava, formalmente definita come “Amministrazione autonoma della Siria del nord-est”, si susseguono da settimane, mentre le milizie jihadiste tentano di attaccare via terra i villaggi e sono attualmente respinte a poche decine di chilometri da Kobane. “Non possiamo permettere che la Turchia distrugga tutto ciò che è stato costruito in questi anni” spiegano le attiviste in collegamento con la rete di supporto ai curdi, sottolineando il rischio di un disastro ecologico e umanitario in caso di crollo della diga di Tishreen, un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento idrico ed energetico della regione, che in queste ore è diventata il simbolo della resistenza.
“Nonostante gli attacchi continui, centinaia di civili, organizzati in carovane provenienti da diverse città del Rojava, si alternano per presidiare l’area, per difendere la propria vita e la sopravvivenza di un modello di governo che sta garantendo loro la pace, che con lo slogan Jin, Jîyan, Azadî (Donna, vita, libertà) promuove un modello di società fondato su decentramento del potere, convivenza tra etnie, parità di genere, ecologismo sociale.”
Il presidio di Genova si inserisce in un più ampio movimento di solidarietà internazionale con il Rojava: “Non possiamo restare complici di questa aggressione, che viola qualsiasi norma di diritto internazionale, portata avanti da un Paese membro della Nato, nell’indifferenza generale”.
La campagna “Defend Rojava” vuole riaccendere i riflettori su un’area dimenticata. “Il futuro della democrazia in questa regione dipende in gran parte dalla capacità di restare uniti e visibili,” spiegano gli attivisti, ricordando il decennale della battaglia di Kobane, durante la quale i curdi respinsero l’avanzata dell’Isis, guadagnando consenso e riconoscimenti internazionali. Su uno striscione esposto di fronte al consolato turco si legge “Basta armi alla Turchia”, la “Rete Kurdistan Italia”, insieme ad altre realtà locali, denuncia il ruolo dell’Italia negli accordi militari con la Turchia e chiede la cessazione della vendita di armi e tecnologie, tra cui i droni prodotti dalla Baykar, l’azienda turca che sta per acquisire la Piaggio Aerospace: “Chiediamo al governo di bloccare l’acquisizione dell’azienda tecnologica da parte dell’azienda che produce i droni usati in questi attacchi e fa capo a uno stato governato da Erdogan, che anche una figura tecnica come Mario Draghi, senza mezzi termini, definì un dittatore”.