The Last Skiers, nel documentario sul Monte San Primo l’inverno che non c’è più: “Crisi climatica? Va spiegata con le emozioni”

“Quello che manca, oggi, è una stagione. È l’inverno“. La voce fuori campo è quella di un uomo. Ha la barba e i capelli bianchi. Negli anni Sessanta ha imparato a sciare sul Monte San Primo. Mentre ricorda che “qui fino a metà aprile si sciava”, si susseguono, lente, le immagini di desolazione e abbandono di quella che un tempo fu una nota località di sci. Per la sua bellezza, che ancora conserva – domina il lago di Como, da sud – e per la sua vicinanza con Milano, la Brianza, Como e Lecco. Di quelle stagioni, però, restano solo gli impianti dismessi, i cui tracciati come un monito corrono lungo i versanti della montagna. Tutt’attorno, benché sia febbraio, cioè pieno inverno, prati secchi e aridi: non c’è un filo di neve.
Se è vero che il documentario The Last Skiers della regista Veronica Ciceri parla, nello specifico, del Monte San Primo, è altrettanto vero che per analogia parla della crisi climatica che sta colpendo con maggiore intensità – ed è la scienza a dirlo – le nostre montagne. Si tratta di un cortometraggio potente, che mette al centro della narrazione tre uomini e due donne, testimoni diretti di ciò che è cambiato, e ora non esiste più. Grazie al suo lavoro la 38enne comasca ha ricevuto numerosi premi e ha presentato il documentario in prestigiosi festival internazionali (Banff Centre Mountain Film Festival, The British Short Film Awards, Milan Indie Film Festival, London Mountain Film Festival, Vancouver International Mountain Film Festival).
Veronica Ciceri, The Last Skiers è un documentario sui cambiamenti climatici?
Lo è nella misura in cui mostra gli effetti dei cambiamenti climatici. Ma lo fa da un punto di vista antropologico, proprio perché la crisi climatica non coinvolge solo il piano scientifico, ma anche quelli economici e sociali. E, in definitiva, le nostre esperienze.
È per questa ragione che ha scelto il Monte San Primo?
Per certi versi sì. Attraverso il racconto e l’esperienza dei protagonisti del documentario, racconto ciò che c’era e non c’è più. Queste persone hanno imparato a sciare su una montagna la cui cima non arriva nemmeno a 1.700 metri di altitudine. Oggi questa cosa non è più possibile. Gli impianti di risalita sono stati abbandonati, e su quel monte non nevica quasi più. Ma c’è dell’altro.
Dica.
I pali degli skilift inutilizzati e le stazioni di arrivo e partenza diroccate sono immagini potenti, istantanee, della crisi climatica. A me capita spesso di camminare in quelle zone, ma la forza della storia che racconto è la sua universalità: versano nella stessa situazione altre aree, altre montagne d’Italia e d’Europa.
L’atmosfera del documentario risulta essere molto intima. Cosa c’è dietro questa scelta?
Ho deciso di dargli un taglio che definirei nostalgico. La sfida era proprio quella di rendere un punto di vista che andasse oltre la crisi climatica, e dunque che coinvolgesse il piano antropologico. Questo perché i dati sui cambiamenti climatici risultano spesso freddi. Dalla parte opposta dello spettro ci sono le emozioni. Le emozioni ti permettono di agganciare e portare all’interno della storia chi, in questo caso, la sta guardando.
Coinvolgere le persone diventa fondamentale per veicolare un certo tipo di messaggio?
Il documentario trascende le posizioni politiche. L’obiettivo non è dare una visione delle cose per le quali si può essere d’accordo oppure no. Ciò che mi piace fare non è dare risposte, ma stimolare domande. Se poi avviene un processo che porta a delle risposte, avviene nella testa dello spettatore, non sullo schermo. Per fare questo mi metto dalla parte di chi nutre ancora scetticismo nei confronti dei cambiamenti climatici. Mi domando quali possono essere le argomentazioni che rendono il dialogo possibile. E la risposta sta nella condivisione dell’esperienza umana. Porto sullo schermo persone normali, non scienziati, che ti parlano della loro esperienza e di come le cose siano cambiate. C’è l’emozione che mette tutti sullo stesso piano e che ci rende disponibili all’ascolto.
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