Vent’anni dalla fine della naja: perché è inutile proporre di ripristinare la leva obbligatoria
Ricorrono oggi i vent’anni dalla fine della naja. La legge 23 agosto 2004, n. 226 anticipò infatti al 1° gennaio 2005 la sospensione del servizio di leva obbligatorio, già decisa con il decreto legislativo 8 gennaio 2001, n. 215 ma a decorrere dal 1° gennaio 2007. Il secondo governo Berlusconi si intestò così una riforma epocale – il decreto legislativo era stato approvato quando era Presidente del Consiglio Giuliano Amato – che rispondeva a indifferibili esigenze di modernizzazione dell’esercito italiano.
La propaganda berlusconiana ci andò a nozze, celebrando trionfalmente nientemeno che l’”abolizione della tassa sulla gioventù”.
Marco Mondini, nel suo recente saggio Il ritorno della guerra (Il Mulino, 2024), confronta l’Italia del dopoguerra, quando si introdusse la coscrizione obbligatoria, con quella del 2004, quando si scelse invece di “abolirla”.
Il testo dell’art. 52 della Costituzione (“Il servizio militare è obbligatorio”) venne approvato con oltre 300 voti contro una trentina. “L’Assemblea accolse il risultato con applausi scroscianti“, ricorda Mondini. La guerra difensiva, unica guerra ammissibile secondo l’art. 11 Cost., richiedeva naturalmente un esercito costituito da cittadini-soldati. I padri costituenti erano mossi da quel sano patriottismo, allora dominante nel Paese, che considerava un “sacro dovere” la difesa della Patria. Si trattava dello stesso sentimento che, nel cinema di Guareschi, riuscì persino a mettere d’accordo Peppone e Don Camillo sotto le note della “Canzone del Piave”.
La legge n. 226 del 2004 viene licenziata dal Parlamento con il consenso unanime di tutti i partiti politici (con la sola opposizione dei comunisti), in un clima politico del tutto differente. Il rapporto tra gli italiani e la guerra era cambiato completamente: il “culto del cittadino-soldato”, disposto a sacrificare la vita (e a toglierla) per il bene della comunità, si era affievolito da tempo, mentre l’obiezione di coscienza era diventata un diritto fin dal 1977. A partire dagli anni Sessanta, da un lato si era diffusa una cultura pacifista di sinistra (il grande Pci fu un “partito della pace”, contrario alla spese militari), dall’altro lo stesso Vaticano aveva assunto posizioni chiaramente antimilitariste.
Soprattutto si era affermata la “società del consumo”, dove l’homo consumens è ben più propenso a fare soldi che a immolarsi per la Patria. A questo si aggiunsero l’illusione di una pace duratura per i popoli europei e, infine, la consapevolezza, da parte degli addetti ai lavori, della ormai necessaria professionalizzazione dell’apparato bellico.
Ora, a vent’anni di distanza da quel provvedimento, taluni hanno avanzato la proposta di ripristino del servizio militare obbligatorio. È certo che ci siamo risvegliati dal sogno di un avvenire pacifico ma, secondo un recente sondaggio, il ritorno della leva sarebbe gradito soltanto agli over 35 (of course non direttamente interessati).
Istanze di questo tipo, così come ogni genere di retorica militarista, difficilmente faranno breccia nei cuori dei giovani, che vogliono studiare e lavorare all’estero, godere dei vantaggi della globalizzazione economica e non hanno alcun desiderio di impugnare le armi per ragioni che non sempre comprendono.