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Paesi dell’Est al voto: scegliere l’Unione o restare nell’orbita di Mosca. Dopo la Moldavia tocca alla Georgia

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Da una parte c’è la strada verso la vecchia orbita russa, dall’altra l’Europa. Sono bivi geopolitici decisi a una manciata di giorni di distanza alle urne: Moldavia e Georgia al voto, per scegliere il prossimo futuro. In Moldavia al referendum bandito per l’adesione all’Ue ha appena vinto il sì. Poco più del 50% degli aventi diritto ha votato per cambiare rotta, costituzione nazionale e uscire dalla sfera d’influenza russa in maniera definitiva e chiara. Ma oltre il 49% della popolazione ha votato contro l’Ue. Se il risultato della consultazione referendaria fosse una fotografia, sarebbe di un bianco e nero senza scala di grigi: spaccata quasi perfettamente a metà, la Moldavia guarda a ovest, senza riuscire a distogliere lo sguardo da est.

L’altra ex repubblica sovietica in cui si terranno il prossimo 26 ottobre elezioni cruciali che trasformeranno la traiettoria geopolitica del Paese è la Georgia, dove le piazze chiedono, ormai da anni, di unirsi all’Ue. Le manifestazioni sono già cominciate: decine di migliaia di persone hanno marciato insieme alla vigilia delle parlamentari per far sventolare a Piazza Libertà, Tblisi, le bandiere blu con le stelle gialle, mentre si addensano nei cieli georgiani timori per forti tensioni durante il voto.

Se la Moldavia è guidata da un giovane governo filo-occidentale, la Georgia ha al potere un partito sempre più autoritario: Sogno Georgiano, eletto nel 2012 e ora in cerca di un quarto mandato. Fondato dal tycoon che ha fatto fortuna in Russia, Bidzina Ivanishvili, il partito finora è stato ostacolato più dalla società civile che dall’opposizione, che anche a queste elezioni si mostra frammentata e incapace di coalizzarsi del tutto. All’inizio dell’anno Bruxelles ha detto stop al processo di adesione della Georgia all’Ue quando, una dopo l’altra, sono state adottate le leggi “russe” (nel Paese le chiamano così): quella sugli “agenti stranieri” e quella contro “la propaganda gay”, emendamenti copia-incolla simili a quelli del Cremlino.

L’interferenza russa in elezioni in entrambi i paesi è stata denunciata. In Moldavia è stato accusato il magnate Ilan Shor (fuggito da Chisinau lasciandosi dietro scie di accuse di frode e furto di miliardi ai danni delle banche nazionali): ha finanziato con 15 milioni di dollari compravendite di voti e campagne per il “no” al referendum. In Georgia invece sui manifesti elettorali è apparso lo spettro della guerra: foto delle macerie delle città ucraine distrutte sono state usate per convincere gli elettori a non votare per i partiti d’opposizione filo-occidentali.

In entrambi i Paesi al vertice ci sono due donne, due europeiste. In Moldavia la presidente Sandu, arrivata prima nella corsa presidenziale di domenica scorsa (dovrà affrontare il 3 novembre al ballottaggio il filo-russo Stoianoglo). L’omologa georgiana è Salome Zourabichvili, che ha rifiutato di firmare la legge che discrimina la comunità gay (un atto simbolico perché l’emendamento entra in vigore anche con la firma del presidente del Parlamento). Entrambi i Paesi hanno in pancia questioni territoriali irrisolte: la Transnistria in Moldavia, l’Abkhazia e l’Ossezia del sud in Georgia. De facto sotto controllo russo, saranno ulteriore motivo d’attrito con Mosca. Bruxelles non può far altro che aspettare, mentre le battaglie proseguono, in due Paesi con un bivio gemello davanti.

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