A Ferrara di recente si è discusso del “teatro negli spazi aperti” in un convegno organizzato dal Teatro Nucleo, che lì opera da quarant’anni. Tralasciando le pur essenziali problematiche normative e organizzative, che rendono sempre più difficile l’esistenza nel nostro Paese di un fenomeno di grande diffusione, vorrei proporre una breve riflessione sugli antefatti novecenteschi.

In effetti il Novecento ci mette di fronte a un’incredibile varietà di proposte ed esperienze riguardanti la scena, il luogo teatrale e, di conseguenza, la relazione spettacolo-spettatore. Tuttavia un dato unificante esiste. Esso risiede nella tensione al superamento del teatro e della scena all’italiana, con l’obiettivo di trasformare in profondità la relazione frontale, distanziata, passiva, che quel teatro e quella scena prevedevano e alla quale in buona misura obbligavano.

Ciò premesso, va aggiunto subito che non si tratta di una novità assoluta. Il teatro è stato sempre fatto anche fuori dai luoghi deputati e all’aperto. Basti pensare all’età classica, greco-romana, o al millennio che va sotto il nome complessivo di Medioevo, durante il quale la stessa nozione di edificio teatrale era caduta nell’oblio. Per quanto riguarda l’Italia, bisognerà attendere il Rinascimento perché si torni a progettare e realizzare teatri. In precedenza, lo spettacolo (sia sacro che profano) fu fatto per secoli in altri luoghi: chiese, piazze, strade, cortili e saloni, insomma più all’aperto che al chiuso.

Quindi, la novità novecentesca del teatro praticato fuori dai luoghi deputati non sta tanto nel fatto in sé ma nelle inedite motivazioni polemiche che lo fondano: e cioè nel bisogno di rifiutare le costrizioni imposte da un assetto spaziale come quello della sala all’italiana e di ricercare situazioni diverse, più flessibili, più coinvolgenti, al limite riorganizzabili ex novo per ogni spettacolo. Avvicinare il teatro agli spettatori, portarlo anche là dove non era mai stato, farlo secondo modalità che gli edifici tradizionali non consentivano, anche se spesso si tratta di modalità antiche, come la scena circolare, la parata di strada o la rappresentazione in piazza.

Tralasciando i precedenti della prima metà del Novecento, ci si trova a individuare ancora una volta nella contestazione sessantottesca una data cruciale. Anche sulla sua spinta, e grazie all’esempio pionieristico del Living Theatre e del Bread and Puppet, negli anni Settanta da noi il teatro comincia a invadere gli spazi pubblici delle città con la stessa pervasività delle manifestazioni di protesta (si pensi al movimento del ’77) e con le stesse intenzioni di rifiuto dell’Istituzione (in questo caso teatrale) e dei suoi luoghi simbolici.

I gruppi che nascono alla metà di quel decennio, sulla scia del già citato Living Theatre, del Teatr Laboratorium di Grotowski e soprattutto dell’Odin Teatret, affiancano sistematicamente le produzioni per spazi aperti agli spettacoli da sala. Anzi, in non pochi casi, sono le prime a caratterizzarli maggiormente. Penso al Teatro Tascabile di Bergamo, al Teatro Potlach di Fara Sabina, al Piccolo Teatro di Pontedera, al Teatro di Ventura di Treviglio, oltre al Teatro Nucleo ricordato all’inizio.

Dagli anni Novanta si comincia a parlare di teatro site specific, cioè di esperienze e proposte diversificate aventi in comune il fatto di non considerare lo spazio, chiuso o en plein air, come un mero contenitore ma come un innesco decisivo del processo creativo, dalla drammaturgia alla messa in scena. In Italia si fa strada la nozione di “teatro dei luoghi”, che possono essere ambienti naturali, come boschi, parchi o giardini, o siti storici e archeologici, ma sempre trattati come vere e proprie matrici drammaturgiche e performative, soprattutto per le memorie e i vissuti che racchiudono, oltre che per le loro caratteristiche materiali. Per fare solo tre esempi, cito il TeatroNatura di Sista Bramini, l’Interior Sites Project di Cuocolo/Bosetti, gli spettacoli di Fabrizio Crisafulli, vero teorizzatore, assieme a Raimondo Guarino, della nozione.

L’anno scorso è stato riedito quello che resta il reference-book al riguardo: Fabrizio Cruciani e Clelia Falletti, Promemoria del teatro di strada (1989), Editoria & Spettacolo. Ma vedi anche Teatri, luoghi, città, a cura di Raimondo Guarino, Officina Edizioni, 2008.

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