Trenta voti per respingere la mozione di sfiducia. Diciannove per sostenerla. Michele Emiliano non solo supera la prova dell’aula, ma ne esce puntellando una maggioranza persino più larga di quella che lo ha eletto. Perché meno di quattro anni fa, a suo favore poteva contare su ventisette voti. Non di più. Il terremoto politico e giudiziario che ha travolto “non la giunta” – come ripete costantemente – ma eletti e nominati nel perimetro del centrosinistra, si è rivelato per il governatore pugliese, un gran temporale. Non un uragano che tutto rischiava di travolgere. La lunga giornata del Consiglio regionale, però, ha segnato alcuni passaggi che appare necessario evidenziare.

Il rapporto con Azione – A cominciare dal rapporto con Azione: tre dei 30 voti che lo hanno protetto dalla sfiducia sono proprio i loro. La stessa aula che poco più di un anno fa, il 17 febbraio del 2023 fu terreno dello scontro a distanza più sanguinoso tra Michele Emiliano e Carlo Calenda (“Emiliano è il peggior governatore di sempre” disse l’ex ministro, “Se Azione resta in maggioranza io non metterò mai più piede in maggioranza, risposte il presidente) oggi diventa il luogo in cui sventola il ramoscello d’ulivo. “Sono contento che Azione abbia votato la fiducia – è stato il commento di Emiliano – perché è mia intenzione ricostruire il rapporto con quella parte della coalizione che è costituita da Azione di Carlo Calenda, nonostante il passato. Io sono certo che in politica non ci sia mai nulla di personale e bisogna superare questi ostacoli”.

Le richieste e le rassicurazioni – Il voto dei tre esponenti di Azione è stato in bilico per tutto il giorno. Dopo la riunione di venerdì scorso, in cui avevano fatto l’en plein delle richieste accordate – due fra tutte: la rotazione dei dirigenti e dei capi dipartimento della Regione, la decadenza dei direttori generali delle Asl per sforamento della spesa farmaceutica – la situazione sembrava essersi impantanata sulle tempistiche e sulle reali volontà di operare la turnazione dei vertici tecnici della Regione. Le rassicurazioni arrivate da Emiliano in aula, hanno consentito un passo in più rispetto al voto di astensione che appariva il più probabile. La decadenza dei direttori generali “è prevista per legge e verrà applicata senza sé e senza ma” – ha detto Emiliano – sui capi dipartimento “sono disponibile a ragionare”. “Questo è il massimo sforzo che posso fare e che deriva dal desiderio di costruire una coalizione futura comune – ha aggiunto rivolgendosi ai tre consiglieri, Ruggero Mennea, Fabiano Amati e Sergio Clemente -, se il desiderio non è comune, ne prendo atto”.

La votazione – Dopo un breve consulto, i tre esponenti del partito di Calenda, hanno ufficializzato il voto di contrarietà alla mozione di sfiducia. “Quando c’è questo epilogo in un dibattito acceso significa che si è costruito qualcosa di positivo – è il commento del capogruppo di Azione, Ruggero Mennea -. La mozione di sfiducia era pretestuosa, cavalcava l’onda mediatica di questi giorni ed era sospetta per il tempo in cui è stata presentata, in piena campagna elettorale. Per quanto riguarda noi – aggiunge – abbiamo dato priorità alle richieste fatte al presidente, completamente accolte. Con le nostre proposte funzionerà meglio la macchina amministrativa ma garantirà anche lui e il suo governo in modo più efficace rispetto al passato”.

Il Movimento 5 stelle – Stessa posizione già annunciata, più volte, nei giorni precedenti dal Movimento 5 Stelle. Proprio questi ultimi, per la prima volta, sono apparsi tra i banchi delle opposizioni, ricompattando – quantomeno visivamente – la pattuglia dei cinque eletti. Cristian Casili, Marco Galante, Rosa Barone e Grazia Di Bari, infatti, ad inizio legislatura hanno accettato l’invito di Emiliano entrando, di fatto, in modo organico in maggioranza e in giunta. Antonella Laricchia, invece, è sempre rimasta ostinatamente contraria, occupando il suo posto solitario nel fronte opposto del parlamentino. Sino ad oggi. Ma non corrisponde, questo, ad un ricompattamento del gruppo. “Gianroberto Casaleggio – ha detto Laricchia, andando in direzione contraria ai colleghi – che è tra i fondatori del Movimento e che ci ha permesso di sedere qui, diceva che un’idea non è né di destra, né di sinistra. Un’idea è buona o è cattiva. Per me, mandare a casa questo Governo e ridare la parola agli elettori, è un’idea buona”.

Il Partito democratico – Una frammentazione che si respira anche nel Partito democratico. Michele Mazzarano, epurato e interdetto per cinque anni dalla ricandidatura nel Pd a causa di una condanna in giudicato, sostiene il governatore e punta il suo obiettivo sui vertici del suo partito: “L’uso politico della Commissione Antimafia contro il presidente di questa Regione che viene trattato come un brigante, avrebbe necessitato di molte vibranti reazioni da parte dei vertici nazionali del Partito di Emiliano e del sindaco Decaro. Invece viene solo ed esclusivamente fuori un’idea per cui questo Mezzogiorno fa paura”, fa notare.

In Consiglio anche l’ex assessora Maurodinoia – Per tutta la giornata, tra i banchi della maggioranza, ma senza dire alcuna parola, è tornata a sedere anche Anita Maurodinoia. L’ex assessora dimessasi da partito e giunta perché implicata in una inchiesta sul presunto voto di scambio, insieme al marito Sandrino Cataldo. Pezzo dopo pezzo, voto dopo voto, comunque, Emiliano incassa la fiducia. Amplia la sua maggioranza. Tiene dentro tutti. “Inseguo un sogno: quello di un fronte progressista e antifascista che restituisca all’Italia una speranza. E su questo continuerò a lavorare”.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Conflitto d’interessi, Conte alla maggioranza: “Di che cosa avete paura? Ci sono parlamentari lobbisti e senatori pagati da Paesi stranieri”

next
Articolo Successivo

Europee, in corsa per Fdi c’è anche Giovanni Crosetto: il nipote del ministro che condanna Acca Larentia e combatte i “fratellini” torinesi

next