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Manager violentata a Milano, la sentenza: “Atteggiamento di subdola sopraffazione”, la vittima era “uno strumento”.

Manager violentata a Milano, la sentenza: “Atteggiamento di subdola sopraffazione”, la vittima era “uno strumento”.
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Un “atteggiamento di subdola sopraffazione” nei confronti della vittima, che per loro era solo “uno strumento”. C’è anche questa considerazione nelle motivazioni di condanna di uno dei tre uomini finiti a processo per il caso di una donna stuprata nelle cantine di un locale sui Navigli lo scorso marzo. Dalle indagini emerse che alla donna furono proposti shot per farla ubriacare, pagati con la sua carta, e si ipotizzò che il video degli abusi sessuali fossero stati postati in rete. I carabinieri identificarono tre uomini, due dei quali gestori del locale, con età compresa tra i 23 e i 27 anni. La vittima si era svegliata confusa e priva di ricordi riguardo a quanto fosse accaduto la notte precedente. Aveva chiesto aiuto al centro di Soccorso per violenza sessuale e domestica della clinica Mangiagalli, dove le erano state rilevate lesioni compatibili con una violenza sessuale.

Per il giudice per l’udienza preliminare, Sofia Fioretta, che otto giorni fa ha condannato con rito abbreviato a 3 anni e 7 mesi un 23enne è vero che “nel corso della serata” la giovane “è parsa disponibile ad avere rapporti sessuali con alcuni degli imputati”, ma “quello che è certo è che, qualche ora più tardi”, lei non era “assolutamente in grado di esprimere un valido consenso“, perché “stava molto male a causa dell’alcol ingerito”, era in condizioni tali “da non comprendere quello che stava facendo” e l’imputato, invece, era “pienamente consapevole di tale circostanza”.

Per la procura l’imputato ha commesso gli abusi assieme a due 27enni, amici e titolari del locale che sono stati rinviati a giudizio con rito ordinario dal giudice. Il 23enne è stato assolto, invece, per assenza di dolo dalle altre due imputazioni, l’uso indebito della carta di credito della donna e il revenge porn, reato che era contestato in relazione ad alcuni video realizzati quella notte.
Nel condannare il 23enne il giudice nelle motivazioni contestuali ha spiegato, in sostanza, in 34 pagine che la manager quella notte era molto ubriaca e stava male fisicamente, non era in condizioni di capire quanto stava accadendo e, dunque, non era capace di prestare un valido consenso a rapporti sessuali e ha subito violenze.

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