Un torneo di calcio, anzi mezzo. Due Paesi, malamente assortiti. 25 partite e cinque stadi per ciascuno, che ad oggi non esistono nemmeno sulla carta. E nessun piano concreto su come e quando realizzarli. Messa così, più che un trionfo gli Europei 2032 sono una scommessa: provare ad ospitare una grande manifestazione sportiva senza ritardi e sprechi milionari, già questa un’impresa per l’Italia (vedi Milano-Cortina). E rinnovare, finalmente, le infrastrutture del nostro calcio vecchio e malato. Quasi fantascienza.

IL COMPROMESSO OBBLIGATO CON L’“UTILE DITTATORE” – Sono anni che più o meno tutti – dirigenti sportivi e politici, commentatori e calciatori – ripetono che l’unica maniera per rifare gli stadi in Italia è ospitare un grande evento, cioè Mondiali o Europei. Progetto coltivato testardamente dal presidente della FederCalcio, Gabriele Gravina. Eccoci, dunque: la Uefa ha appena assegnato l’edizione 2032 alla strana coppia Italia-Turchia. Nessuna sorpresa, non c’erano rivali: le due candidature, entrambe impresentabili – la loro per motivi politici, la nostra per tutto il resto – sono state accorpate per farne una decente. Già qui però si capisce come questa non sia l’occasione che aspettavamo: un conto è ospitare un Europeo con almeno 10 città, rifare da Nord a Sud la spina dorsale dell’impiantistica del Paese; ben altra storia accontentarsene di metà, e dunque dimezzare anche il numero delle sedi e degli stadi, quindi sistemare al massimo 5 città, e il resto poi si pensa. La Figc si è dovuta accontentare di questo compromesso con l’“utile dittatore” Erdogan (come lo aveva definito l’ex premier Mario Draghi) perché altrimenti la Uefa non ci avrebbe mai assegnato la manifestazione. Anche così comunque non sarà facile.

MANCA IL DOSSIER E L’IMPEGNO DEL GOVERNO – Di solito prima si prepara un dossier, poi ci si aggiudica un evento. Noi siamo il primo Paese al mondo a fare il contrario: ci siamo fatti assegnare gli Europei, da oggi inizieremo a pensare davvero a come organizzarli. Al momento infatti non esiste nulla di concreto: la FederCalcio aveva inviato alla Uefa una lista di 10 città ospitanti (Roma, Milano, Torino, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Cagliari, più Palermo come riserva), che non è già più attuale, visto che dovranno essere ridotte a cinque. A parte Torino con lo Juventus Stadium, nessuna è pronta. Tantomeno esiste un piano statale. Per ora il governo si è limitato ad impegnarsi astrattamente a garantire la manifestazione e ad approvare un ordine del giorno. Presto serviranno i fatti, cioè i soldi veri e i progetti. Se è verosimile immaginare una figura governativa a sovrintendere ai lavori, della parte sportiva si occuperà il Comitato organizzatore, una joint venture fra Uefa e Figc che nascerà nel 2028, la cui poltrona fa già gola a molti: ci punta il presidente Gravina, e pare che anche Malagò ci abbia fatto un pensierino. Ma di solito la nomina spetta alla Uefa: il profilo ideale potrebbe essere Michele Uva, dirigente Uefa di lungo corso e italiano.

MILIARDI DI COSTI SENZA I PRIVATI – La prima domanda, la più prosaica, è quella a cui è anche più difficile rispondere: quanto ci costerà organizzare gli Europei? Impossibile dirlo, dipende ad esempio se gli stadi saranno costruiti da privati: senza di questi, parleremmo di una cifra facilmente superiore al miliardo. E poi cosa si include nel conto, se solo le opere essenziali o anche quelle accessorie come i trasporti, le varie ed eventuali che spuntano sempre fuori in questo genere di eventi. Il ministro Giorgetti ha già fatto sapere che di contributi pubblici non se ne parla. Ma un po’ ne serviranno per forza, almeno per garantire la sicurezza e gli sgravi fiscali che la Uefa pretende da ogni Paese ospitante. E poi almeno per alcuni impianti il sostegno pubblico sarà inevitabile. Per ridurlo al minimo, il ministro dello Sport Abodi si è già detto disponibile a un intervento normativo per favorire le ristrutturazioni private. Si è parlato anche di un fantomatico “commissario”, per accentrare gli iter che oggi spesso in Comune e Regione si scontrano con veti politici e locali (purché sia costituzionale). L’ennesima legge sugli stadi, insomma: negli ultimi 10 anni ne abbiamo fatte quattro e non è cambiato praticamente nulla. La dimostrazione che, forse, non servono leggi migliori ma progetti migliori.

DUE POSTI OLTRE A TORINO, ROMA E MILANO (CON LE INCOGNITE OLIMPICO E SAN SIRO) – Quali, è questo il punto. Torino è sicuramente dentro perché già pronta, ne mancano quattro. Impensabile che non ci siano Roma e Milano, che però ad oggi significano ancora Olimpico e San Siro, due incognite enormi. L’Olimpico non piace alla Uefa, però è pur sempre lo stadio dello Stato: per renderlo presentabile servirebbero circa 80 milioni, fin qui il governo non ne ha parlato nemmeno con la partecipata ministeriale Sport e Salute che lo gestisce, cioè con se stesso. Ancora più complicata la situazione di San Siro, che Milan e Inter minacciano di abbandonare. Proprio per questo un’eventuale ristrutturazione (altri 100 milioni) non potrebbe essere che pubblica, e solo a garanzia che continui ad essere utilizzato in futuro. Partite anche a Bologna (più avanti col suo progetto) o Firenze: l’Europeo potrebbe essere la scusa per risolvere al sindaco Nardella il brutto pasticcio del Franchi e dei fondi saltati dal Pnrr per il veto dell’Ue (dunque altri contributi pubblici). Resta un posto, e per forza di cose dovrà andare al Sud: quindi Napoli oppure Bari, in ogni caso sarà accontentato De Laurentiis. Certo, presentarsi nel 2032 ancora con l’Olimpico e San Siro come impianti di punta (scenario assolutamente concreto) sarebbe una figuraccia. Basterebbe che almeno una tra Roma e Milan riuscisse a costruirsi il suo stadio di proprietà e il gioco sarebbe fatto.

NEL 2026 I PROGETTI DEFINITIVI: ERDOGAN “GUFA” PER PRENDERSI LA FINALE – La verità è che, senza il coinvolgimento del governo, la Figc da sola ha fatto il massimo, portando a casa una manifestazione prestigiosa con questo compromesso al ribasso: a 5 sedi, in un modo o nell’altro, ci si arriverà. In attesa di segnali dalle istituzioni, la speranza è che l’Europeo possa smuovere un po’ le acque e riaccendere il dibattito sugli stadi nel Paese: sicuramente l’evento scatenerà una corsa fra città per entrare nel dossier. La migliore delle ipotesi è che ci sia un fermento a catena, per cui tante piazze si muovano a traino degli Europei, quella più verosimile è che gli altri progetti naufraghino subito dopo l’esclusione. La lista finale delle città ospitanti verrà stilata a ottobre 2026: tre anni, entro cui dovranno essere stati approvati e soprattutto finanziati tutti i progetti definitivi. Sembra tanto, è pochissimo. Da questi dipenderà anche la sede della finale, questione cruciale che ancora non è stata dipanata tra Turchia e Italia: la Uefa per una serie di ragioni (politiche e reputazionali, vista anche la figuraccia di Istanbul in occasione dell’ultima finale di Champions League) preferirebbe noi, ma alla fine contano i fatti. Erdogan scommette sulla nostra impreparazione per prendersi la partita più importante, e c’è chi dice pure il resto: se infatti fra tre anni l’Italia non dovesse avere la certezza dei suoi cinque stadi, il torneo finirebbe tutto in Turchia, dove ci sono già 10 impianti moderni, fatti e finiti. Ma è uno scenario troppo catastrofico anche per la povera Italia del pallone. A nostro modo, avremo (mezzo) Europeo. Sempre meglio di niente.

Twitter: @lVendemiale

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