Il gruppo più indebitato al mondo, la cinese Evergrande, ha fatto ricorso alla procedura fallimentare negli Stati Uniti. C’è da avere paura? Si e no, vediamo perché. Il gruppo immobiliare Evergrande è già tecnicamente fallito da tempo e ha già mancato pagamenti di rimborsi e interessi sul suo debito da 340 miliardi di dollari. Il suo modello di business, vendere gli appartamenti già prima che fossero costruiti e poi finanziarne la realizzazione con i soldi incassati dagli acquirenti, è saltato. Il primo default su un’obbligazione è avvenuto nel dicembre 2021. Da allora ad oggi il gruppo sta lavorando ad un piano di ristrutturazione del suo debito estero che vale circa 20 miliardi di dollari. In quest’ambito avviene il ricorso alla procedura statunitense che, in sostanza, offre protezione alla società che sta cercando di risistemare il suo bilancio. Diversi osservatori sottolineano come la notizia non sia tanto il fatto che Evergrande si è rivolta al tribunale quanto che non l’abbia fatto prima. In teoria questa mossa dovrebbe dare un po’ più di tranquillità al gruppo cinese nel suo processo di ridefinizione delle condizione di rimborso ai creditori esteri. In Cina la notizia è quasi passata inosservata. Fin qui insomma tutto bene, o quasi.

La decisione di Evergrande arriva ora forse anche a causa del continuo deteriorarsi del settore immobiliare e delle costruzioni cinese che incide sul Pil del paese per quasi il 30% (contro una media di poco sotto al 20% dei paesi occidentali). Nei giorni scorsi un altro big del settore come Country Gardner Holdings ha mancato il pagamento di due cedole obbligazionarie in dollari scadute il 6 agosto per un totale di 22,5 milioni. I promotori immobiliari segnalano perdite diffuse e la sensazione è che la crisi si stia allargando. Gran parte dei principali gruppi cinesi del comparto hanno chiuso il semestre in perdita. Il Wall Street Journal si spinge a parlare di un “momento Lehman Brothers per la Cina”. Il deterioramento del quadro del settore complica anche il tentativo di Evergrande di ristrutturare il suo debito. Negli ultimi decenni il settore immobiliare del paese ha vissuto uno sviluppo impetuoso. Quasi mezzo miliardo di persone si sono spostate dalle campagne alle città, e queste persone avevano bisogno di case. Questo flusso non è esaurito ma si va via via assottigliando. L’anno scorso, per la prima volta, la popolazione cinese è diminuita. Altissime torri di appartamenti rimangono completamente vuote, 50 milioni di appartamenti vuoti e vere e proprie città fantasma. Eppure comprare casa è difficile, più che altrove. Da anni i risparmiatori cinesi sono sottoposti a un regime penalizzante. Ricevono interessi sui loro soldi artificiosamente bassi, in questo modo le aziende possono finanziari a costi particolarmente contenuti. Pechino sta cercando di gestire una faticosa e complessa transizione da questo modello di sviluppo, impostato per favorire gli investimenti, ad uno più equilibrato verso i consumi interni. Si tratta di un’operazione titanica e , come si vede, non priva di rischi.

Va detto che il governo gode di prerogative sconosciute a quelli occidentali con margini di intervento molto maggiori. Sinora Pechino è stata abbastanza a guardare, lasciando che il mercato immobiliare ritrovasse autonomamente, seppur in modo doloroso, un equilibrio più sostenibile. Nei giorni scorsi la banca centrale ha effettuato alcuni interventi per aiutare il sistema, riducendo i tassi su alcuni tipi di finanziamenti ed immettendo parecchia liquidità. Mosse non risolutive ma a cui potrebbero seguirne altre, più energiche. Venerdì il governo ha svelato un piano di riforme del mercato dei capitali per “aumentare la fiducia degli investitori”. Le autorità hanno anche detto che stanno valutando un’estensione dell’orario di negoziazione per i mercati azionari e obbligazionari nazionali, promettendo un taglio alle commissioni per i broker e incoraggiando i riacquisti di azioni proprie per aiutare a stabilizzare i prezzi. In esame anche la possibilità di tagliare le imposte di bollo sulle transazioni e favorire le operazioni di buyback, i riacquisti di azioni proprie che spingono i titoli al rialzo.

A suscitare timori è anche il sistema bancario ombra, cresciuto molto, come ovunque. In sostanza si tratta di tutte quelle attività finanziarie tenute fuori dai bilanci bancari e dunque non soggette alle regole e ai parametri a cui sottoposti gli istituti di credito tradizionali. Le banche ombra furono al centro della grande crisi finanziaria occidentale del 2007/2008. Intrecciate con il sistema del credito tradizionale perché le banche (come nel caso di Lehman Brothers) accedono a questo mercato per finanziare a leva (rinnovando continuamente il debito) anche investimenti a lungo termine. Mercoledì la banca ombra Zhongrong International Trust ha mancato pagamenti su una dozzina di prodotti. La società non ha un piano immediato per coprire i pagamenti poiché la sua liquidità a breve termine si è improvvisamente prosciugata, ha detto il consigliere di amministrazione Wang Qiang. Zhongrong è tra le più grandi aziende del settore del paese con asset gestiti per 2,9 trilioni di dollari. Zhongrong sta ora cercando di limitare le ricadute delle insolvenze e garantire la stabilità delle sue operazioni. In questo scenario in cui si accendono spie rosse una dopo l’altra, il caso Evergrande rischia di far scattare l’allarme generale.

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