Mi aveva sfinito, ma provavo sempre un certo turbamento nel ridere di mia madre. Anche mentre ridevo, sentivo nello stomaco un senso di disagio. Lei mi aveva messo al mondo. Lei era il mio sangue. Queste sono cose che meritano amore, e io l’amavo. Fin da bambino, custodivo come tesori quei rari momenti in cui era sobria. Avevo sempre sperato diventasse una vera madre. Ma con il tempo mi sono reso conto che non si può dare ciò che non si ha. Lei era quello che era, una tossica, e non si poteva dire o fare nulla per cambiarla. La morte era la sua unica salvezza.

Dove tende la luce, di David Joy (traduzione di Gianluca Testani; Jimenez Edizioni), riuscito manifesto dei perdenti, ambientato nell’area appalachiana della Carolina del Nord, è una struggente, durissima e iperrealista storia di formazione che vede protagonista il giovane Jacob McNeely, figlio di un padre-padrone, spacciatore incontrastato di metanfetamine nelle cittadine di montagna della zona. Jacob, succube della traviata e distruttiva educazione paterna, aggrappato a una flebile speranza che ancora possa vedere uno spiraglio di luce negli occhi della madre tossica, che ha fatto carta straccia della scuola e che in un tentativo coraggioso cerca di allontanare da sé e da quel mondo triviale la ragazza che ha amato per tutta la vita, si ritroverà complice delle violenze e delle brutture del quotidiano.

Un marchio indelebile di dannazione, un destino che sembra predestinato e che richiama ai personaggi di Breece D’J Pancake e Chris Offutt, e che a livello di intreccio richiama al genere noir, sui generis, dove la povertà endemica, la diffusione di narcotici e il persistente problema dell‘alcolismo si leggono come atto d’accusa all’America WASP, tutta lustrini e payette, che non vuole vedere il tempo immobile e al contempo la disgregazione di un sistema sociale marginale che affonda le proprie radici nell’epoca oscura della Grande Depressione e ai sistemi illegali fai-da-te a essa connessi.

Ai piedi della Sandstone Mountain notai un uomo anziano che camminava nell’oscurità con uno zaino sulle spalle. Si voltò verso di me e abbassò il pollice. Sembrava Nathan, in viaggio da qualche parte. Scossi la testa per liberare quell’immagine e proseguii verso casa cercando di rimanere sveglio. Quando finalmente arrivammo, appena varcata la soglia, il telefono squillò. Mio zio afferrò la cornetta e rispose. Disse: «Va bene, grazie». Riagganciò, la sua voce era soffocata e piena di lacrime. «Era l’ospedale. È morto. Devo dirlo alla mamma»“. Io dissi: «Oh» e mio zio Stanley se ne andò.

Crapalachia: biografia di un luogo, di Scott McClanahan (traduzione di Sara Verdecchia; Pidgin Edizioni), è la versione scanzonata, se pur reale, degli abitanti degli Appalachi del West Virginia. Come nel caso di Dove tende la luce, si tratta di una storia di formazione nella quale l’autore immerge i propri ricordi in una salsa di personaggi indimenticabili, grotteschi, fieri del proprio fallimento. Si tratta di un esempio di antropologia narrativa capace di far divertire e riflettere il lettore, farlo accomodare in una veranda sghimbescia a sorseggiare birra mentre ascolta le storie di nonna Ruby o di zio Nathan.

Originale, bizzarro, a tratti sperimentale, Crapalachia è un riuscito miscuglio tra un memoir e un romanzo, che si muove tra nostalgia e gentrificazione, tra lirismo e ruvido quotidiano appalachiano.

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