La Banca centrale europea avverte i governi dell’Eurozona che se vogliono far qualcosa per contenere l’inflazione dovrebbero guardare la luna: i profitti eccessivi messi a segno da aziende che stanno aumentando i prezzi ben oltre quanto giustificato dai maggiori costi. In Italia l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni tiene gli occhi fissi sul dito, cioè gli stipendi. E, evocando una “pericolosa spirale” del tutto inesistente, risponde con un altro mini taglio del cuneo fiscale che lascerà nelle tasche dei lavoratori pochi euro in più al mese. Una misura mirata dichiaratamente a placare le rivendicazioni dei lavoratori e tener bassi i salari, nel Paese in cui negli ultimi 30 anni sono cresciuti dello 0,3% e un dipendente su quattro è in povertà relativa. Un corto circuito che sarebbe ben difficile da spiegare se non fosse che la richiesta di tagliare il cuneo fiscale è da sempre un refrain di Confindustria, secondo cui al contrario il salario minimo non serve e le paghe possono aumentare solo come effetto di un aumento della produttività. Anche se spesso a frenarla sono proprio gli scarsi investimenti di imprenditori inclini a preferire produzioni a basso valore aggiunto e bassa specializzazione.

Per capire quanto la crociata contro gli aumenti salariali sia poco sensata alla luce delle più recenti evidenze basta fare un passo indietro di un paio di mesi. Se è vero che la ricetta dell’Eurotower per contrastare l’inflazione (continui rialzi dei tassi per raffreddare l’economia) resta impermeabile alle cause del problema, è da qualche tempo che gli economisti dell’istituzione di Francoforte sono arrivati alla conclusione che ad alimentare la corsa dei prezzi innescata da ripresa post Covid e guerra in Ucraina non sono gli aumenti concessi ai lavoratori. Bensì la “cresta” fatta dalle aziende che hanno incrementato i propri margini ai danni dei consumatori e del loro potere di acquisto. Il 2 marzo l’agenzia Reuters ha rivelato i contenuti di una riunione convocata nel villaggio finlandese di Inari, in Lapponia, durante la quale al consiglio direttivo sono state presentate 24 slide che mostravano nel dettaglio tutti i numeri che lo dimostrano. Secondo i calcoli della Bce basati sui dati Eurostat, solo tra il primo e l’ultimo trimestre del 2022 i profitti nell’Eurozona sono saliti di quasi il 10% a fronte di un limitatissimo aumento dei salari. Le aziende di beni di consumo della zona euro hanno aumentato i margini operativi (ricavi meno costi) a una media del 10,7%, un quarto in più rispetto al 2019.

Il 31 marzo Fabio Panetta, membro italiano del board della Bce, ha concesso al New York Times un’articolata intervista in cui ha ribadito il concetto. L’ex dg di Bankitalia, notoriamente cauto e incline alla prudenza rispetto alla stretta sui tassi, ha sottolineato che “c’è molta discussione sulla crescita dei salari ma stiamo probabilmente prestando insufficiente attenzione all’altra componente del reddito, i profitti”. Perché ci sono settori in cui “i costi degli input stanno diminuendo mentre i prezzi al dettaglio stanno aumentando come i profitti. Questo è sufficiente per essere preoccupato, da banchiere centrale, del fatto che potrebbe esserci un aumento dell’inflazione a causa dell’aumento dei profitti”. Mentre il consiglio direttivo della Bce si divide tra falchi e colombe, cosa dovrebbero fare i governi? Secondo l’economista ritenuto in pole position per la successione di Ignazio Visco – che invece continua a vedere all’orizzonte la famosa spirale-prezzi salari assente in Italia – “se c’è un settore in particolare in cui si abusa del potere di mercato o la concorrenza è insufficiente, dovrebbero intervenire le politiche della concorrenza”.

Dunque il governo che fa? Puntualmente rinvia ancora il nuovo ddl concorrenza e interviene per sincerarsi che resti al palo l’unica componente che sicuramente non sta trainando la corsa del carello della spesa: gli stipendi di chi la spesa la fa e ha già iniziato a tagliare i consumi alimentari per arrivare a fine mese. E dire che Meloni, durante le settimane di trattative in vista della formazione del governo, voleva proprio Panetta a guidare il ministero dell’Economia (il banchiere centrale ha declinato).

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