“In una caverna sottoterra viveva uno hobbit”. Con queste parole, ai lettori di ottantacinque anni fa, si aprivano i cancelli di Arda, mondo letterario popolato da elfi, nani e molto altro ancora, destinato a vivere, parallelamente al nostro, nella dimensione della fantasia. Il creatore, un certo John Ronald Reuel Tolkien, talentuoso accademico inglese, ambiva a forgiare un’epica rinnovata, ispirata alle antiche tradizioni della sua terra. Per cominciare la sua avventura, decise di partire come si fa nella realtà dalla porta di casa, anche se non era quella di un’abitazione comune. Si trattava di una porta tonda, verde, più piccola del solito, uscio di una caverna inaspettatamente accogliente e rifinita. Ne Lo Hobbit o la riconquista del tesoro, gli abitanti della Contea, gli hobbit appunto, sono tipetti bassi, gioviali, bucolici e perennemente scalzi, data la tempra delle loro piante dei piedi. Amano le comodità, il buon cibo, le cose che crescono e il cogliere ogni occasione d’ozio. Il tutto condito idealmente da una fumata di erba pipa. La loro splendida campagna fu il primo tassello di un’epica divenuta transgenerazionale, capace di spopolare, ancora oggi, in ambiti che vanno dalla cultura pop alla filologia, la cui ultima emanazione, la serie televisiva Gli anelli del potere, vanta il titolo di più costosa della storia.

Nelle intenzioni dell’autore Lo Hobbit nasceva non solo come favola per bambini, ma anche come primo passo verso la creazione di Arda, universo letterario destinato anche al pubblico adulto, con lingue, tradizioni, popoli, e perfino una genesi col suo angelo caduto. Ma è difficile credere che nel 1937 Tolkien potesse immaginare quanto a fondo avrebbero attecchito le radici della sua visione. Nella prima stesura, Lo Hobbit era percepito principalmente per il pubblico più giovane, anche se lo stile superiore dell’autore, e la sua capacità di dargli un seguito come Il Signore degli Anelli, lo fecero rapidamente apprezzare anche dagli adulti.

Ma c’era davvero spazio sugli scaffali delle librerie per maghi, orchi e magie? Per essere sicuro di non fare un buco nell’acqua, il responsabile della casa editrice Allen & Unwin, che aveva pensato di pubblicarlo, lo sottopose preventivamente all’attenzione di uno dei suoi critici più severi, il proprio rampollo. A dieci anni sarebbe stato il perfetto tester per verificare la bontà del contenuto e, al prezzo di uno scellino, questo stilò una promettente recensione del romanzo. Fu un piccolo successo, con la prima edizione esaurita in meno di quattro mesi. Nel frattempo Tolkien aveva iniziato a tratteggiare la Terra di Mezzo, continente di Arda in cui avrebbe ambientato i suoi successivi romanzi, Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion. La storia, anche grazie alla non proprio coerente e indimenticabile seconda trilogia cinematografica firmata da Peter Jackson, è oggi piuttosto nota ma, come tutti gli scritti dell’autore, ha conosciuto molte differenti versioni.

Bilbo Baggins, tipico hobbit della Contea amante di dolci e formaggi, riceve un giorno la visita di Gandalf, uno stregone accompagnato da tredici nani. Nella Contea c’è da sempre una certa diffidenza verso la gente alta, così come per le altre razze della Terra di Mezzo. Ma Bilbo è un po’ diverso dalla sua gente, Gandalf lo ha scelto per questo. Si lascia quindi convincere a divenire lo scassinatore di questa insolita truppa. Anche se non ha la minima idea di come poter scassinare qualcosa.

L’obiettivo è la lontanissima Montagna Solitaria, sotto la quale si cela il perduto reame nanico di Erebor. Molti anni prima questo era stato attaccato e conquistato dal terribile Smaug, possente drago sputafuoco che aveva esiliato i nani impadronendosi della loro incommensurabile ricchezza. Tra gli ospiti di Bilbo spicca la presenza di Thorin Scudodiquercia, legittimo erede al trono di Erebor, che potrà rivendicare sfoggiando l’Arkengemma, la pietra più preziosa del tesoro. Durante il viaggio Bilbo affronta nemici terribili come ragni giganti e masnade di orchi, appoggiato da creature meno ostili come gli elfi, gli umani di Città del Lago, poi Pontelagolungo, fortissimi mutaforma e, ovviamente, possenti aquile che, come provvidenziale aviazione, appaiono nelle opere tolkieniane sempre all’arrivano i nostri!

Animato da un notevole coraggio, sarà però l’ingegno a cavare d’impaccio Bilbo in ogni difficoltà. Su tutte la sfida a indovinelli con l’inquietante Gollum, al quale vince un prezioso anello magico capace di rendere invisibile chi lo indossa. Solo successivamente questo viene riconosciuto come l’Unico Anello, cuore de Il Signore degli Anelli, il romanzo che consacra Tolkien autore immortale. Nelle versioni successive della stesura l’autore è poi costretto a revisionare alcuni elementi del suo primo romanzo per renderli coerenti con gli sviluppi degli altri libri, proprio partendo dal fatto che Bilbo non vince l’Unico ma lo ruba al suo proprietario, per la volontà maligna dell’artefatto intenzionato a ricongiungersi a Sauron, suo creatore e padrone. Perfino il finale del romanzo era differente, con Thorin che diventa re dopo essersi riconciliato coi suoi avversari, invece di morire.

Oggi la lettura de Lo Hobbit è ancora piacevole a tutte le età, per la sua capacità di affabulare con qualità ed evasione, sfoggiando situazioni e atmosfere più coinvolgenti dei migliori effetti speciali. Anche perché ci permette di immedesimarci in un personaggio meraviglioso come Bilbo, definito amichevolmente da Gandalf “una piccola creatura in un mondo molto vasto”, mentre il fiero Thorin, riconciliandosi con lui prima di morire, ne riconosce la sincera e cortese amicizia, sottolineandone “il coraggio e la saggezza in giusta misura mischiati”. L’amico ideale per intraprendere un viaggio di andata e ritorno, con o senza draghi.

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