Ogni volta che un’impresa, italiana o straniera, delocalizza, cioè sposta la produzione in un altro paese, si levano altissimi lamenti da sinistra, ma non meno dalle nostre destre, sull’egoismo dei padroni che gettano sul lastrico intere famiglie per il profitto, e fanno perdere prezioso know-how industriale. Tutto questo nonostante qui facessero ottimi profitti, quindi spesso si tratta padroni anche stupidi oltre che cattivi d’animo. Spesso poi il tutto, per strappare più grida di sdegno, è condito da accuse di aver avuto aiuti pubblici. Se ci sono patti non osservati, se ne devono occupare i tribunali, ovvio. Ma questa rappresentazione del fenomeno non è solo totalmente insensata, è profondamente reazionaria.

Nella generalità dei casi le imprese si rilocalizzano (operazione molto costosa) per una vasta gamma di motivi, di cui il minor costo del lavoro è solo uno, e a volte non il più rilevante. Può essere il cambio di tecnologie, il prezzo dei semilavorati o delle materie prime, o dell’energia, o condizioni più favorevoli per i mercati di sbocco della produzione, o le tasse, o i tempi di soluzione giuridica delle contese. Certo può entrare anche il costo e/o la produttività del lavoro (a volte serve manodopera più qualificata. A volte meno qualificata, se un processo produttivo si automatizza). Ma spostarsi dove il lavoro costa meno è un beneficio sociale netto: sta meglio chi oggi ha redditi inferiori ai nostri. Nei luoghi dove le imprese si trasferiscono festeggiano per sei mesi. Si tratta di “ridistribuzione virtuosa”, che anche da noi chi si proclama di sinistra dovrebbe festeggiare. A meno che valga, ovviamente, il “prima gli italiani”, del duo Salvini-Meloni, con cui questi nostri “lamentatori da sinistra” si trovano perfettamente allineati.

C’è un altro aspetto: in condizioni normali, cercare di spostarsi dove produrre costa meno funziona esattamente come l’innovazione tecnologica. Cioè solo in parte e per un periodo limitato di tempo si trasforma in aumento dei profitti, poi ci pensa la concorrenza a trasformare i risultati in un abbassamento dei prezzi. E questo abbassamento (se si escludono i beni di lusso) interessa più i poveri dei ricchi. Ma questo vale in modo poco noto anche per i beni di lusso: moltissime produzioni creano, nei nuovi mercati dove arrivano, sottomarche per vendere esattamente gli stessi beni a prezzi più bassi, e ottenere così “economie di scala”. In Cina ci sono moltissimi casi di questo tipo, essendo un mercato enorme, ma non ricco e viziato come il nostro per cui tutto deve essere “firmato”.

Tuttavia la perdita del lavoro degli addetti delle imprese che delocalizzano è un problema sociale rilevante. Ma si tratta di un problema per la protezione del lavoro in generale, sarebbe un grave errore ricorrere a soluzioni “caso per caso” (care ai politici che possono “firmarle”, con risultati spesso di breve periodo). Le imprese falliscono, non solo delocalizzano, e falliscono per una serie di motivi: progresso tecnico, modifica dei consumi, errori di gestione, concorrenza aggressiva. Fallendo, in generale anche i padroni perdono soldi, a volte tantissimi. E usano spesso il problema sociale dei propri addetti per farsi salvare il capitale dalla mano pubblica. Occorre quindi che le imprese possano fallire senza traumi sociali eccessivi, anche dal punto di vista della crescita economica che in Italia latita da un ventennio, crescita che è poi alla base anche del riassorbimento “fisiologico” degli stessi lavoratori che perdono il posto. Che fare? Forse qualcosa di utile può essere imparato dal modello inglese, promosso in Italia soprattutto dalle analisi di Tito Boeri. Occorre spostare molte più risorse pubbliche dalla tutela dei posti di lavoro esistenti (e quindi anche dei capitali di quelle imprese), alla tutela di chi il lavoro lo perde, per fallimenti o delocalizzazioni. Le forme sono ovviamente molteplici, vanno dall’aumento dei sussidi diretti di disoccupazione al rafforzamento della formazione e del ricollocamento dei lavoratori. Non dimentichiamo che una dei problemi occupazionali specifici per il caso italiano è la difficoltà dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro (noto come “mismatching”).

Tornando all’autarchia, questa va già molto di moda, senza aspettare la vittoria delle nostre destre sovraniste alle elezioni: Carlin Petrini, grande simbolo della sinistra alimentare-ecologista, predica da sempre che il cibo deve costare di più (è solo un caso che abbia un’impresa floridissima che sui cibi di pregio ha la sua ragion d’essere). I poveri devono smettere di mangiare porcherie a poco prezzo importate. Che diamine! Bisogna educarli alla qualità. Combatte anche una dura battaglia contro gli OGM (assolutamente innocui secondo la senatrice a vita Cattaneo, forse la maggior biologa italiana), per tenere alti i prezzi delle nostre produzioni. Ma adesso, con i rischi della produzione e del commercio di cereali a seguito della guerra in Ucraina, predica esplicitamente l’autarchia alimentare, come ai tempi di Mussolini. Ognuno si produca il proprio cibo a casa propria, e non importa nulla se poi costa il doppio (come due conti sul retro della busta dimostrerebbero). Ci manca solo che mieti il grano in piazza Duomo a Milano, come il Duce a torso nudo contro le “inique sanzioni”. Ma speriamo che una sana ripresa della globalizzazione, che ha tolto almeno due miliardi di persone dalla fame negli ultimi 50 anni, ci eviti tale vista.

Marco Ponti, già ordinario di Economia al Politecnico di Milano, è responsabile di Bridges Research Trust, organizzazione non-profit per la ricerca economica e la lotta agli sprechi nei trasporti

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