Ennesima bega giudiziaria per l’ex presidente americano Donald Trump. Dopo la perquisizione ad opera degli agenti dell’Fbi nella sua villa di Mar-a-Lago, in Florida, nell’ambito delle indagini sui 15 scatoloni di documenti classificati che Trump avrebbe portato via dalla Casa Bianca dopo la fine del suo mandato, il Tycoon deve affrontare altre accuse nell’indagine sulle dichiarazioni al fisco della Trump Organization. Tempi bui per “The Donald” dal punto di vista giudiziario, dunque, ma non dal punto di vista politico. Il candidato repubblicano appoggiato dall’ex presidente, Tim Michels, infatti, ha vinto le primarie come governatore del Wisconsin battendo Rebecca Kleefisch, sostenuta dall’ex vicepresidente Mike Pence e dall’establishment conservatrice dello stato. Michels ha corso la sua intera campagna elettorale cavalcando le teorie di Trump, inclusa quella delle elezioni del 2020 rubate.

I guai con il fisco L’ex presidente non ha risposto alle domande della procuratrice generale di New York, Letitia James, nell’ambito dell’indagine sulle dichiarazioni al fisco della Trump Organization e sulle pratiche commerciali che ha compiuto come magnate immobiliare prima di diventare il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. Secondo l’accusa, infatti, il Tycoon avrebbe gonfiato il valore dei suoi asset per riuscire ad ottenere condizioni finanziarie più vantaggiose. “Domani vedrò il procuratore generale razzista di New York per il proseguimento della più grande caccia alle streghe nella storia degli Usa“, aveva commentato sprezzante ieri sera l’ex presidente sul suo Truth Social. “La mia grande società, e io stesso, veniamo attaccati da tutte le parti. Repubblica delle banane!”. Inoltre, un tribunale federale di appello ha confermato la sentenza emessa da un giudice di grado inferiore, in base alla quale la Camera dei rappresentanti può avere accesso alle sue dichiarazioni dei redditi nonostante il suo status di ex presidente. Tuttavia, la battaglia legale non è ancora conclusa, poiché gli avvocati di Trump faranno sicuramente appello alla Corte Suprema, ultimo tribunale di appello nell’iter giudiziario della vicenda. Se almeno quattro giudici (su nove) voteranno per esaminare il ricorso, questo potrebbe rimandare fino al prossimo anno la sentenza definitiva. Nel frattempo, i repubblicani potrebbero avere riconquistato la maggioranza della Camera nelle elezioni di medio termine di novembre, e decidere di annullare la richiesta di esaminare i documenti fiscali dell’ex presidente. Nel rifiutarsi di sottomettere all’opinione pubblica le proprie dichiarazioni dei redditi, Trump ha infranto la consolidata tradizione seguita dai suoi predecessori in epoca moderna.

La perquisizione a Mar-a-Lago Ora, però, Trump deve affrontare anche le conseguenze della perquisizione da parte dell’Fbi nella sua residenza di Mar-a-Lago alla ricerca di documenti che il Tycoon può aver portato con sé dopo aver lasciato la Casa Bianca. E proprio sull’operazione dei federali l’ex presidente ha voluto dire che, visto il divieto per il suo staff e per i suoi legali di avvicinarsi e assistere al “raid a Mar-Lago”, gli agenti “volevano restare soli senza alcun testimone che potesse vedere cosa stessero facendo, prendendo o, speriamo di no, piazzando delle prove. Perché hanno insistito a non avere nessuno? Nessun raid c’è mai stato per Obama o Clinton nonostante i grandi problemi che avevano”.

Le teorie complottiste hanno già iniziato a circolare, soprattutto tra i sostenitori dell’ex presidente. Tra queste anche quella secondo la quale la perquisizione sarebbe il frutto della soffiata di una spia presente a Mar-a-Lago, una “talpa traditrice” che avrebbe riportato informazioni all’Fbi. La talpa, sostengono, avrebbe passato ai federali informazioni e prove su quello che c’era realmente a Mar-a-Lago. Questo avrebbe portato alle 9 ore di perquisizione e alla raccolta di dieci scatole di materiale. Il blitz dell’Fbi a casa Trump, secondo il Wall Street Journal, non rientra nell’indagine del Dipartimento di Stato sul 6 gennaio. I 30 agenti federali hanno passato al setaccio l’area privata di Mar-a-Lago, perquisendo anche l’armadio dell’ex first lady Melania e trascorrendo ore nell’ufficio riservato di Trump come riporta il New York Post citando alcune fonti. Secondo il Washington Post il raid dell’Fbi aveva come obiettivo accertare se l’ex presidente o i suoi alleati avessero consegnato o meno i documenti e gli altri materiali di proprietà del governo. Le autorità hanno iniziato a dubitare negli ultimi mesi sui documenti restituiti da Trump, sospettando che alcuni fossero stati trattenuti dall’ex presidente. Il ministro della Giustizia americano Merrick Garland è finito per questo nel mirino del partito repubblicano. Non scampa agli attacchi neanche il direttore dell’Fbi, Christopher Wray, nominato proprio dall’ex presidente. I repubblicani compatti chiedono loro una spiegazione per un’azione senza precedenti. “È necessario che si spieghi cosa ha portato” alla perquisizione, afferma il leader dei repubblicani in Senato, Mitch McConnell, dando voce ai malumori del suo partito. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Bocche cucite anche all’Fbi.

Gli agenti hanno sequestrato il cellulare del deputato repubblicano Scott Perry, alleato di Donald Trump, come raccontato da Perry alla Fox, sottolineando di essere stato avvicinato nelle scorse ore da tre agenti che gli hanno presentato un mandato e confiscato il telefono. “Non hanno fatto alcun tentativo di contattare il mio avvocato – ha affermato ancora Perry – Sono indignato, ma non sorpreso, per il fatto che l’Fbi, sotto la direzione del Dipartimento di Giustizia di Merrick Garland, abbia sequestrato il cellulare di un membro del Congresso in carica”. E ha aggiunto: “Il mio telefono contiene informazioni sulle mie attività legislative e politiche, conversazioni private con mia moglie, la mia famiglia, elettori e amici. Nulla di tutto questo è affare del governo”.

L’azione del Federal Bureau ha innescato una polemica anche tra l’elettorato: “È guerra” ha scritto su Twitter Steven Crowder, commentatore conservatore, ai suoi 1,9 milioni di follower. Una rabbia condivisa online da molti sostenitori dell’ex presidente. “Questo significa guerra”, ha scritto The Gateway Pundit, pubblicazione pro-Trump. Un post rimbalzato anche su Telegram grazie a un account legato a Stephen Bannon. Il blitz “mostra quello che molti di noi dicono da tempo. Siamo in guerra”, ha commentato Joe Kent, candidato alla Camera appoggiato da Trump, intervenendo al podcast ‘Bannon’s War Room’. Il linguaggio duro e violento preoccupa gli esperti politici. Pur non traducendosi direttamente in scontro fisico, crea un’atmosfera di violenza che diventa lentamente sempre più accettata.

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