Un ragazzo ribelle, culturalmente impegnato, un giovane comunista anche un po’ snob. Luca Barbarossa, il cantautore romano di Portami a ballare, brano vincitore del Festival di Sanremo 1992, preferiva organizzare cineforum nella sezione del partito a Mentana, dove viveva, che rimorchiare o andare in discoteca come i coetanei. Lo svela in una lunga intervista al Corriere della Sera. Dove parla anche dell”’incidentale’ vittoria sanremese che lo ha reso popolare. “Io volevo cantare Cuore d’acciaio, più impegnato”. Furono Gianni Morandi e Lucio Dalla a dirgli: “Devi toglierti la puzza sotto al naso”. E poi aggiunge, riferendosi al sistema: “Volevo essere Bob Dylan ma pretendevano di farmi diventare Miguel Bosé”.

I suoi ricordi, la sua vita di adolescente negli anni ‘70, li ha pubblicati in un libro l’anno scorso: Non perderti niente (Mondadori). E ora li porta in tour. Così, fra una canzone e l’altra, spunta un pezzo del suo vissuto, di quello che definisce il suo “romanzo di formazione”. Che adolescente era Luca Barbarossa? Era uno che scappava da casa e non tornava per settimane e mesi. Se ne andava in Inghilterra, in America. Per campare suonava per strada. Da piazza Navona alle capitali europee. In quel famoso giro d’Europa che allora era una sorta di iniziazione per molti giovani. Ma lui, a differenza di altri, aveva la sua chitarra e la usava. “Non stavamo per strada perché ce la passavamo male o eravamo disperati – spiega – Per noi era una lunga vacanza e con quel mestiere ci campavamo, facevamo soldi per proseguire il viaggio”.

La sua prima canzone a Sanremo nell’81, Roma spogliata, è l’anti Roma capoccia di Venditti. Che Barbarossa, prima di coglierne il senso come atto d’amore, giudica un sonetto ottocentesco: cupolone maestà, santità. “Ho vissuto gli anni di piombo – racconta al Corriere della Sera – ho visto persone morire durante le manifestazioni, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, sulla schiena dei miei amici. Io li ho schivati per un pelo. La città era fuoco e fiamme”. Ma dopo quel primo successo per azzeccare una seconda canzone, Via Margutta, passano cinque anni. “Nel frattempo, con la mia chitarra e un sacco a pelo, ero entrato in questa casa e dovevo pagare l’affitto: 365mila lire al mese. All’inizio tutto ok. Poi ho cominciato ad avere problemi con la mia casa discografica, la Fonit Cetra, il mio primo album non era andato bene, non avevo continuità… Sono stati anni difficili, mi sono rimesso a suonare nei locali, avevo quel briciolo di nome che mi permetteva di non fare piano bar. Non arrivavo a fine mese. Per farmi abbassare l’affitto ho ridato indietro una stanza alla proprietaria dell’appartamento”. Barbarossa confessa quindi come sia riuscito a venirne fuori. Con la musica, ancora una volta: “L’angoscia di rimanere senza soldi l’ho sempre avuta, forse come tutti quelli che sono andati presto via di casa. Quest’ansia mi ha spinto a cercare una strada per venirne fuori. La svolta arrivò con L’amore rubato“, nel 1988, di nuovo a Sanremo.

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