È assurdo che da quando ho fatto il test di gravidanza all’intervento sia passato un mese e che pur essendo partita in anticipo io debba essere stata costretta ad abortire al limite della nona settimana”. La testimonianza, raccolta da ilfattoquotidiano.it, arriva dalle Marche e denuncia le difficoltà vissute da una coppia tra Pesaro e Rimini. Continua l’inchiesta a puntate sullo stato di applicazione delle linee di indirizzo del ministero della Salute sull’aborto farmacologico e sulle limitazioni al diritto di interrompere la gravidanza in Italia. Chiunque voglia condividere la sua esperienza scriva a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it.

Il caso M. e A. si descrivono come “una coppia di adulti sopra i 35 anni, entrambi con studi universitari e liberi professionisti con sufficiente disponibilità economica”. Lo specificano “per far intuire cosa possa succedere a ragazze giovani, persone indigenti o senza le competenze per muoversi nel contesto della burocrazia”. M. resta incinta a causa del malfunzionamento del dispositivo anticoncezionale e poiché il suo ciclo mestruale è regolare si accorge subito della gravidanza in corso. Sono passate solo quattro settimane dall’inizio dell’ultima mestruazione quando va al consultorio di Pesaro (Asur di via Nanterre) con il test di gravidanza positivo e la richiesta di iniziare l’iter per l’aborto farmacologico. Chi le fa il colloquio cerca di dissuaderla ad abortire, ma è solo la prima di una serie di difficoltà. “Dopo aver preso appuntamento sono stata ricevuta da un’assistente sociale in un locale in cui erano ben visibili madonne e altre immagini religiose. Mi ha chiesto l’età e ha insistito nel farmi cambiare idea. Le ho detto chiaramente che non voglio una maternità e che penso che sia meglio non mettere al mondo figli non voluti. Mi ha risposto che purtroppo ‘non possiamo chiederglielo’. L’appuntamento con il ginecologo che avrebbe dovuto rilasciare il certificato per abortire me lo ha fissato ben due settimane dopo perché, mi ha detto, prima non ce n’erano di disponibili. Alla richiesta di procedere con metodo farmacologico mi ha detto che probabilmente non sarei stata in tempo, visto che nelle Marche si fa solo fino a 7 settimane senza possibilità di fare altrimenti. Inoltre mi ha detto che avrei dovuto pagare la visita 50 euro”, racconta M.

“Io l’intervento chirurgico non lo volevo fare e inoltre stavo malissimo dall’inizio della gravidanza a cause delle nausee. Volevo abortire il prima possibile e mi sono mossa per tempo», racconta M. Viste le risposte al consultorio di Pesaro, la coppia decide di attraversare il confine regionale e di andare a Rimini, sapendo che “l’Emilia Romagna è più aperta su queste cose”. Al consultorio di via XXIII settembre “si respira tutta un’altra aria”. E tuttavia anche lì bisogna aspettare 10 giorni per avere la visita ginecologica che attesti lo stato di gravidanza e che consegna alla donna il fatidico “certificato” con cui accedere all’ospedale. “L’infermiera che ha fatto il primo colloquio ha raccolto solo le informazioni per la cartella clinica, ma la ginecologa che mi ha visitato mi ha chiesto se proprio non c’era spazio per questa gravidanza, spingendomi a cambiare idea. Poi mi ha detto che dall’ecografia si vedeva solo la camera gestazionale ma non l’embrione né il battito cardiaco e così non mi ha fatto il certificato, fissandomi un appuntamento la settimana successiva e prescrivendo l’esame del sangue che verifica la presenza dell’ormone della gravidanza”.

“Abbastanza disperati, troviamo e contattiamo l’associazione Vita di Donna, che ci teniamo a ringraziare per il supporto e i suggerimenti. La presidente ci racconta che purtroppo è un problema molto comune per cui molte donne non riescono a ricorrere in tempo all’aborto farmacologico, in quanto il cuore che batte può risultare visibile anche all’8° o alla 9° settimana”, raccontano M. e A. Tuttavia questa procedura non ha niente a che fare con la applicazione della legge 194/78, come spiega a ilfattoquotidiano.it Lisa Canitano, presidente di Vita di Donna: “La legge 194 è molto chiara: il documento con cui la donna può accedere alle pratiche sanitarie per interrompere la gravidanza è un colloquio dissuasivo, non un colloquio sanitario. Tanto è vero che secondo la legge qualunque figura medica può farlo, non per forza una ginecologa o un ginecologo. Tecnicamente si tratta di un attestato di avvenuto colloquio in cui il medico dichiara di aver valutato con la donna i motivi per cui vuole interrompere la gravidanza. Dopodiché, sempre secondo la legge, se il medico non ravvisa l’urgenza dice alla signora di soprassedere per un’altra settimana. Non c’è bisogno dell’ecografia per fare questo documento, in teoria neanche del test di gravidanza: gli accertamenti spettano al servizio di ginecologia e ostetricia presso cui la donna farà la procedura. Solo il consultorio è tenuto agli accertamenti, ma non perché senza accertamenti non possa farti il certificato, bensì per avviare la donna alla pratica sanitaria in modo da facilitare il percorso”.

La direzione dell’Ausl Romagna, interpellata da ilfattoquotidiano.it nel merito della testimonianza che abbiamo ricevuto, pur specificando l’impossibilità di accertare quanto accaduto e quindi di fornire una risposta puntuale a quanto segnalato dalla signora, conferma che “in generale se al primo incontro con il ginecologo c’è un’incertezza sulla vitalità dell’embrione viene programmato un ulteriore controllo ecografico e il certificato di IVG viene redatto quando c’è evidenza di una gravidanza in evoluzione“. La procedura è motivata dall’assunto che “un’interruzione volontaria di gravidanza può avere un impatto psicologicamente diverso rispetto a un aborto spontaneo e inoltre ci sono due tipologie di percorso differente”. Si tratterebbe dunque di una forma di tutela verso la donna, il cui senso tuttavia potrebbe non risultare comprensibile all’interessata, se non esplicitato, soprattutto nei confronti di chi, come M., ha l’obiettivo prioritario di arrivare quanto prima alla fine di un percorso scelto con determinazione e consapevolezza.

Si conclude quindi con un nulla di fatto anche il terzo accesso in consultorio dall’inizio della gravidanza di M., che intanto procede tra le nausee e la paura di uscire dal limite delle 9 settimane di gestazione, indicate dalle linee di indirizzo ministeriali come limite per l’assunzione ospedaliera o ambulatoriale dei farmaci abortivi. Alla visita successiva si trova di fronte a una ginecologa diversa. Gli esami del sangue e l’ecografia certificano che M. è alla 7 settimana di gestazione. La ginecologa si stupisce che solo la settimana prima non si vedesse nulla e che la collega non abbia voluto fare il certificato. Ora M. dovrà aspettare un’ulteriore settimana, quella prevista dalla legge a partire dal rilascio del fatidico documento che attesta l’avvenuto colloquio con il medico. Per inciso, le più recenti linee guida sull’aborto rilasciate dall’Organizzazione mondiale della sanità, a marzo 2022, valutano negativamente le legislazioni che impongono un periodo di attesa prima di poter fissare la data dell’intervento.

Dopo 4 accessi in consultorio, finalmente M. arriva all’ospedale di Rimini dove le viene effettuato l’aborto farmacologico in day hospital. Le viene data la prima pillola, il mifepristone, e due giorni dopo deve tornare per il secondo farmaco, il misoprostolo. Una singola dose da 400 microgrammi non è sufficiente, perché nel frattempo la gravidanza è andata avanti e si rende necessaria una seconda dose. “Al consultorio mi hanno dato un opuscolo intitolato “sei incinta, non sei da sola”, materiale a stampo religioso. Ma la cosa peggiore è stato proprio il senso di isolamento e di abbandono in cui ci siamo trovati io e il mio compagno. È assurdo che da quando ho fatto il test di gravidanza all’intervento sia passato un mese e che pur essendo partita in anticipo io debba essere arrivata ad abortire all’ultimo”.

La situazione nelle Marche – Ad inizio giugno Manuela Bora, consigliera marchigiana del Pd, accusava la giunta di atteggiamento anti-scientifici definendo le Marche “peggio del Texas” in un’interpellanza sulla difficoltà di accesso all’aborto farmacologico in Regione. Filippo Saltamartini, assessore con deleghe varie tra cui la sanità e la tutela della salute, rispondeva in nome di un “principio di civiltà giuridica oltre che di etica cristiana” di voler garantire “ai bambini, o comunque ai nuclei che si sono formati all’interno delle donne, una seppur minima tutela”. Fermo restando, ma non si sa come, «la libertà delle donne di esercitare un loro diritto».

Nelle Marche la procedura farmacologica (mifepristone e misoprostolo) viene fornita solo nell’11,3% dei casi di interruzione volontaria di gravidanza, secondo gli ultimi dati disponibili nella Relazione annuale del Ministero, che comunque sono già vecchi perché risalgono al 2020. “La Lega al governo della Regione Marche si rifiuta di recepire le novità inserite nelle più recenti linee di indirizzo ministeriali e gli ospedali non praticano IVG farmacologica oltre le 7 settimane”, commenta Tiziana Antonucci, presidente di Aied Ascoli Piceno, consultorio privato che ha stabilito fin dai primi anni ‘80 una convenzione con l’ospedale della stessa città a cui garantisce, tutti i sabati, la presenza di ginecologi e ginecologhe non obiettrici che praticano l’IVG.

Interpellata da ilfattoquotidiano.it, la Direzione sanitaria a cui afferisce il consultorio di Pesaro (Area vasta 1) non ha rilasciato commenti, mentre la Direzione sanitaria degli Ospedali di Pesaro e Fano (A.O. “Ospedali Riuniti Marche Nord”) conferma che “è attiva una procedura aziendale per l’IVG farmacologica fino al 49° giorno di gestazione”, procedura, spiega il dirigente Edoardo Berselli, “dettata dalla impossibilità di reperire sul mercato il Gemeprost, farmaco che deve essere somministrato contemporaneamente al mifepristone in caso di gestazione superiore alle 49 giornate, coerentemente alle indicazioni Ministeriali”. Le linee di indirizzo emanate dal Ministero della salute ad agosto 2020, infatti, prescrivono paradossalmente l’utilizzo di un farmaco, il Gemeprost, a cui solo un mese dopo sarebbe stata revocata l’autorizzazione. “Il MisoOne contiene il misoprostolo e viene utilizzato anche negli aborti chirurgici per dilatare il collo dell’utero e rendere più sicura l’isterosuzione”, spiega Tiziana Antonucci. Il problema è che il foglio illustrativo del MisoOne indica l’utilizzo fino a 7 settimane. In altre Regioni viene comunque utilizzato per la procedura fino a 9 settimane, eventualmente con una doppia somministrazione – in alternativa viene usato il Cytotec off label, cioè fuori dall’indicazione del foglio illustrativo, che costa 23 volte meno del MisoOne. Nessuna di queste due soluzioni è stata adottata negli Ospedali di Pesaro e Fano. La Direzione puntualizza che la procedura viene effettuata in day hospital al fine di favorirne l’accesso e segnala un numero di interventi farmacologici più alto della media regionale: il 29% sul totale delle IVG nel 2021.

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