Nel Padrino parte seconda con il suo Santino Sonny Corleone, James Caan, morto ieri a 82 anni, mostrò quell’inusitata bellezza e spregiudicatezza da macho impulsivo e violento che gli sarebbe rimasta cucita addosso per molto tempo. Un mafioso bellicoso e viscerale, tutto muscoli e sudore, la testa calda compressa tra i due fuochi mitici Brando/Don Vito e Pacino/Michael Corleone: il primo icona rispolverata nel film come boss stratega e saggio; il secondo star in ascesa nel film presenza vigile e apparentemente gentile. Mai parte fu più azzeccata per questo attore che rimase davanti alla cinepresa per quasi 60 anni, come del resto quel “posizionamento” nella categoria delle star in coabitazione più che a primeggiare con monologhi in solitaria. Con quel suo fascino ruvido ma mai spigoloso, Caan era perfetto in parti drammatiche, fisiche, energiche, raramente romantiche.

In quella che è la sua prima parte importante nel 1964 per il thriller Lady in a cage deve dividere lo schermo nientemeno che con Olivia De Havilland imprigionata in un ascensore e lui, ladruncolo, a deriderla, derubarla e ricattarla. Nel western El Dorado di Howard Hawks (1967) divide ancora la scena con John Wayne e Robert Mitchum, ritagliandosi un personaggio cruciale e coraggioso su cui si sviluppa una larga fetta di parte centrale della trama. Ma è forse nel 1975, già infarinato dal successo del Padrino, che Caan accolla su di sé il suo primo film da totale protagonista, ovvero il distopico e lungimirante Rollerball di Norman Jewison, dove interpreta Jonathan E. l’asso di uno sport crudele e violento, finito in un inghippo di programmazione capitalistica della società (spoiler: i computer hanno archiviato e modificato i libri quindi il sapere), e che si metterà per traverso al potere rischiando terribilmente la vita.

Nulla di epico come nella scena in cui viene crivellato di colpi ne Il Padrino II, ma tanta impressionante presenza scenica screziata di ferite sanguinanti, intensità drammatica, quasi una latente vulnerabilità che avrà eco e si ri-affermerà nel rilancio di Caan, dopo i primi anni ottanta passati a combattere la dipendenza da alcool e droghe. Parliamo della figura dello scrittore Paul Sheldon in Misery non deve morire (1990), dove deve cedere un po’ il passo alla folle Kathy Bates/Annie Wilkes, fan totale di Sheldon tanto da salvarlo in mezzo ad una tormenta di neve e poi a segregarlo in casa sua ferito torturandolo fin quasi alla morte. Caan, che non fu prima scelta, dona a quel personaggio una elegante leggerezza pop, uno scrittore che non ha nulla dei tic da intellettuali o delle posture da topo di biblioteca, bensì confeziona una condivisibile fragilità da uomo comune baciato dal successo e finito terribilmente in un guaio che non sembra aver via d’uscita.

Pochi anni prima Caan aveva interpretato un altro film di Francis Ford Coppola, poco conosciuto, Giardini di pietra, dove interpretava un’altra figura di uomo costretto, segregato, compresso dentro ad un sistema impazzito e lugubre: un sergente in servizio al cimitero militare giornalmente costretto a seppellire le salme di soldati americani morti in Vietnam. È in questa parte tra il nostalgico e l’impotente che Caan rivela doti via via sempre più ficcanti e mature, quasi ad allontanare l’infruttuoso ma stimolante ruolo da protagonista, ladro di gioielli, nel primo film di Michael Mann (Thief, 1981, prodotto nientemeno che da Jerry Bruckheimer) o tutta quella trafila di cameo da Bottle Rocket di Wes Anderson, alla caricatura del boss mafioso in Mickey Blue Eyes con Hugh Grant, nel tronfio Dick Tracy di Warren Beatty o ancora vecchio capomafia in Dogville di Von Trier che lo hanno declinato verso la professione meramente alimentare, inframezzata anche da trasferte d’autore di pregio (Blood ties nel 2013 o Holy Lands nel 2017). Caan possiamo ri-vederlo anche nella sua ultima interpretazione oramai quasi del tutto calvo nella commedia Queen Bees dove fa lo stagionato corteggiatore e amante di Ellen Burstyn.

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