Addio Lisetta, che molto hai vissuto ma soprattutto lo hai fatto intensamente e liberamente. Sei stata anche una fotografa, e quell’anche non sminuisce il peso e la grandezza della tua opera, al contrario li esalta. Vivere è il motore del fotografare, e se di vite ne vivi molte hai visto di più, sai di più, hai viaggiato di più, ti sei fatto più domande, in definitiva hai avuto più curiosità: ecco la questione.

Lisetta Carmi era una donna curiosa, e lo è stata per tutti i suoi 98 anni. Ci ha lasciati ieri quando ancora siamo scossi dalla recentissima perdita di un’altra grande donna e fotografa, Letizia Battaglia. “Tutta la vita ho lavorato per capire” – diceva, rivendicando che per lei la macchina fotografica non era uno strumento di creatività, men che meno uno strumento artistico, ma piuttosto una sua antenna sintonizzata empaticamente sugli ultimi, utile a dar voce a chi voce non ha. Il tutto condito dal suo anticonformismo ribelle, insofferente a qualsiasi imposizione.

Ma insomma, perché parliamo di molte vite per questa donna? Lisetta Carmi, nata a Genova in una famiglia benestante di origine ebraica, fin da bambina intraprende con dedizione lo studio del pianoforte, su su fino al conservatorio, e siccome è una che fa le cose per bene diventa una concertista di fama internazionale con tournée in giro per il mondo. E’ costretta a fuggire in Svizzera con la famiglia per la minaccia delle leggi razziali, ma finita la guerra rientra a Genova e prosegue la sua carriera. Nel frattempo, tra un concerto e l’altro, cresce anche il suo impegno politico, e nel 1960 abbandona all’improvviso, senza indugio o ripensamenti, cotanta brillante carriera. Era accaduto questo: avrebbe voluto partecipare a una manifestazione di protesta, ma le dissero di evitare in quanto avrebbe messo a rischio, in caso di tafferugli, le sue preziose mani da pianista. Ah sì? E Lisetta abbandona il pianoforte se questo deve essere più importante della società.

Proprio in quell’anno Carmi si reca in Puglia (regione che sarà per lei fondamentale) e inizia, ancora da dilettante, a usare la sua prima macchina fotografica. E’ sufficiente a rivelare il suo talento, e inizia così, di fatto, la sua nuova professione di fotografa. Che a pensarci bene sia la musica che la fotografia si nutrono di senso del ritmo, e potremmo anche chiederci se oltre all’orecchio assoluto possa esistere un occhio assoluto.

Memorabili molti dei suoi lavori, dai ritratti “rubati” a Ezra Pound alla serie “I travestiti” (iniziata nel 1965), che nella sua Genova ci mostra la condizione marginale, allegra e disperata, dei travestiti che vivono nell’ex getto ebraico. In proposito l’autrice ebbe a dire: “I travestiti mi hanno fatto capire che tutti abbiamo il diritto di decidere chi siamo“. Detto oggi sembra abbastanza normale, ma detto nel 1965 era un’affermazione di rottura avanti anni luce: non a caso, quando “I travestiti” divenne un libro, fu sistematicamente rifiutato dalle librerie o nascosto in angoli irraggiungibili, considerato sporco, scandaloso, sconveniente. E poi la lunga ricerca fotografica in Sardegna, e viaggi, viaggi, ancora viaggi intorno al mondo per capire in prima persona “chi sono gli altri”.

Durante questa sua seconda vita, l’Oriente attira sempre più Lisetta, che nel 1976, in India, incrocia fatalmente la sua strada con quella del maestro spirituale Babaji; altra svolta, nuova vita. Si torna così in Puglia, terra magica, per fondare in un trullo a Cisternino, nel 1979, l’ashram Bhole Baba. Diffondere e vivere pienamente gli insegnamenti spirituali del suo maestro sono la terza vita. Ma altre, collaterali, scorrono in parallelo, ognuna per lei importante, come per esempio lo studio della calligrafia cinese.

Un giorno Lisetta Carmi disse che a 18 anni aveva già fatto quello che normalmente si fa in 50. Lasciamo a voi un calcolo poetico, un’equazione poco matematica: in proporzione, nei suoi 98 anni e nelle sue varie vite, quanto ha davvero vissuto Lisetta Carmi?

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Photo credits: Postcart Edizioni (edit. “Lisetta Carmi. La bellezza della verità”)

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