Ho incontrato Gigi Di Maio un’unica volta, a Trieste, nel 2016, in occasione della conclusione della campagna elettorale per il no al referendum di Renzi. Mi fece la sensazione di un ragazzo sveglio, pure troppo, che capiva le cose al volo. Lui capì perfettamente, in particolare, perché ero con loro, in quel momento e per quell’occasione. Anche oggi, eccezionalmente, stiamo dalla stessa parte: sull’Ucraina, per me, ha detto cose di puro buonsenso, siamo andati troppo oltre nel sostegno a Zelensky per tirarci indietro proprio adesso. Inutile agitarsi come fa Conte, per mostrare un distacco di principio da Draghi: non funziona, specie per le Comunali. Tanto vale restare nel gruppo, con la Meloni e tutto, anche solo per poter chiedere che prima o poi, meglio prima che poi, finalmente si cominci a trattare e si metta fine al macello. Eppure, detto questo, non capisco a che gioco stia giocando, il Gigi. Per tutto il pomeriggio si sono rincorse voci su una scissione dal Movimento guidata da lui e sulla formazione di un gruppo parlamentare di suoi seguaci.

Anche se “dimaiani” suona malissimo, e pure “Insieme per il futuro”, il nome del gruppo, è tremendo – tanto generico da sembrare inventato lì per lì da uno spin doctor reclutato sul lungomare. Se queste voci avessero un fondamento, perché abbia detto le cose che ha detto, sapendo che sarebbero state usate per accusarlo di danneggiare il M5S, a questo punto sarebbe sin troppo chiaro. Forse voleva proprio farsi sbattere fuori, poi Beppe Grillo deve aver avuto un soprassalto di buonsenso e se lo sono tenuto. Ma il problema allora diventa: espulso o scisso, per andare dove, per fare che? Se lo scopo strategico fosse convergere, pure lui, in un grande centro che cerchi di intercettare i voti moderati – la base di consenso per un altro governo Draghi anche dopo le elezioni, senza però poter contare nemmeno sulla condizione minima, una riforma elettorale in senso proporzionale – la mossa mi parrebbe tanto disperata da farmi chiedere cosa mai devono avergli fatto, Conte e i suoi, per indurlo a un passo del genere. E se poi il problema fosse solo la carriera politica, quando mai uno come lui, partito nobilmente dal basso, potrà ottenere un incarico anche lontanamente paragonabile a quello di ministro degli Esteri, senza un partito del trenta per cent(r)o alle spalle? Vero, quel partito non c’è più: ma possibile che Di Maio consideri il M5S irrecuperabile sino a questo punto?

Soprattutto, possibile che con questi chiari di luna, con i risultati delle elezioni francesi che terremotano l’unico sistema politico rimasto indenne sino a oggi dalla tempesta populista, grazie al sistema elettorale, qualcuno possa crederci ancora, al grande centro? Non è abbastanza chiaro che con questo sistema elettorale e questi media, la disaffezione al voto e alla politica crescerà ancora, e che troppi di quelli che hanno cercato di approfittarne vellicando la pancia dell’elettorato, da Salvini a Conte a Mélenchon, possono ormai contare i giorni in cui resteranno sulla cresta dell’onda? Troppo mutato Di Maio, da quello conosciuto nel 2016, non ancora trentenne, per immaginarsi rigurgiti di popolarità. Preferisco disinteressarmi di come finirà l’avventura e tirare un’altra morale dalla favola. Quelli che io chiamo populisti, e altri sovranisti, o “antipolitici”, proprio oggi in cui la politica in più sensi gode di una stampa sempre peggiore, sembra ci mettano del loro a imitare quello che una volta si chiamava il teatrino della politica. Il teatrino dell’antipolitica, si potrebbe chiamarlo: fare le stesse cose che facevano i politici di prima – le manovre, le trattative, altri gruppi parlamentari – per riciclarsi, ora che è cambiato il vento: e pure noi a parlarci su, invece di occuparci di cose serie.

A proposito: Di Maio ha ancora solo 35 anni. Voglio dire, ha tutta una vita davanti, potrebbe ancora diventare Jack Frusciante, quello che è uscito dal gruppo.

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