Il quesito numero cinque (scheda verde) è riconosciuto da tutti come quello dall’impatto più limitato, o, se vogliamo, il più inutile. Titolo: “Abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura”. In realtà la norma che verrebbe modificata è una sola, l’articolo 25 comma 3 della legge 195/1958, che regola la presentazione delle candidature dei magistrati al Csm. Al momento si prevede che, per candidarsi, l’aspirante consigliere debba depositare “una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta”, cioè le firme di almeno 25 colleghi che dichiarano di sostenerlo. Se passasse il sì, questa necessità verrebbe abolita: per candidarsi basterebbe presentare all’ufficio elettorale una “dichiarazione con firma autenticata dal presidente del Tribunale nel cui circondario il magistrato esercita le sue funzioni”.

Il comitato promotore ha etichettato questo quesito addirittura come “Riforma del Csm“, con il sottotitolo “Stop allo strapotere delle correnti“. Secondo Lega e Partito radicale, l’obbligo di presentare le firme “impone a coloro che si vogliano candidare di ottenere il beneplacito delle correnti o, il più delle volte, di essere ad esse iscritti”. In realtà per raccogliere 25 sottoscrizioni non è certo necessario essere iscritti a una corrente: l’obiettivo è più o meno alla portata di chiunque. “Il quesito presuppone una sorprendente ingenuità“, ha scritto Piercamillo Davigo sul Fatto, “per raccogliere 25 firme di presentazione della candidatura basta andare qualche volta al bar. Quindi i promotori o sono ingenui o spacciano quale rimedio al correntismo una medicina inutile, come una volta gli imbonitori di fiera”. Peraltro, l’abolizione delle firme è già prevista dalla riforma del Csm, approvata alla Camera e calendarizzata al Senato il 15 giugno: se anche il referendum passasse, quindi, non farebbe altro che anticipare un risultato già in via di realizzazione attraverso una legge.

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