Da una parte l’ex sindaco che si ricandida per lo stesso Comune lasciato in rosso undici anni fa. Dall’altra l’ex assessore alla Cultura della giunta Pizzarotti, passato da bersaglio a sinistra per la vicinanza con l’ex M5s a essere il nome sostenuto dallo stesso Stefano Bonaccini per rappresentare i progressisti. Parma, la città che dieci anni fa divenne la “piccola Stalingrado” di Beppe Grillo, si ripresenta alle urne con una sfida che sembra proiettarla a tre ere politiche fa.

Visto dall’esterno, la scelta di Fi e Lega (senza Fdi) di puntare su Pietro Vignali sembra impossibile da spiegare. L’ex primo cittadino raccolse l’eredità del primo “sindaco civico” d’Italia Elvio Ubaldi nel 2007 e cercò di portarla avanti per circa quattro anni, ma per la sua esperienza difficile pensare a un esito più tragico: si dimise quando il debito del Comune ammontava a 800milioni di euro e patteggiò due anni per corruzione e peculato. Un tonfo che spianò la strada all’enfant prodige dei 5 stelle Federico Pizzarotti, ma che oggi sembra quasi del tutto dimenticato: è bastata l’archiviazione per il caso di assunzioni straordinarie e la riabilitazione del tribunale di Bologna, ed ecco che Vignali è di nuovo in corsa. Ma anche tenendo sullo sfondo le vicende giudiziarie, la sua figura appare irrimediabilmente legata a un contesto che non esiste più da anni. O che negli ultimi dieci anni è stato completamente travolto dall’arrivo sulla scena del primo cittadino M5s che, seppur espulso quasi subito dal movimento di Beppe Grillo, ha sempre cercato di conservare lo status di laboratorio politico.

Ora Pizzarotti affida la sua eredità a Michele Guerra, professore universitario ed ex assessore alla Cultura. La scommessa è su più fronti: non solo sfida Vignali, il simbolo del passato e soprattutto del pre-Pizzarotti, ma deve dimostrare la tenuta dell’alleanza di centrosinistra. La coalizione infatti è composta da Partito democratico, i cosiddetti “5 Stelle più responsabili” (poi confluiti nell’invenzione di Pizzarotti “Effetto Parma” e mai riconosciuti dai vertici M5s) e una serie di altre liste nell’area del centrosinistra (compresi Italia Viva, Psi, Centro democratico e la “sinistra coraggiosa” della vicepresidente di Regione Elly Schlein). “Sì, possiamo dire che in ogni caso sarà la fine di un’era – spiega Marco Bosi, fedelissimo di Pizzarotti, vicesindaco e assessore allo Sport –. Con la candidatura di Michele abbiamo scelto di fare un percorso civico, sempre guardando al centrosinistra ma in maniera molto più laica della sinistra in particolare per la gestione della macchina amministrativa”. Non si può non tornare a dieci anni fa, quando Grillo a poche ore dal voto, incitava dodicimila parmensi arrivati in Piazza della Pilotta a fare di Parma “una piccola Stalingrado”. Di “grillini” oggi se ne vedono molti meno in giro per la città: “I 5 stelle non hanno fatto una lista, non hanno parlamentari, non hanno consiglieri regionali, di quell’esperienza è rimasto poco o niente”, taglia corto Bosi. E proprio l’assenza del M5s dalla corsa è l’aspetto che pesa di più in assoluto: Giuseppe Conte ha deciso di non presentare nessuno a Parma, ma al tempo stesso ha scelto di non supportare il candidato di Pizzarotti. Un’assenza paradossale: la città simbolo dell’ascesa del Movimento, dieci anni dopo non vede alcuna traccia di politici 5 stelle. Senza dimenticare che anche sul fronte Pd, la scelta di Guerra non è stata digerita facilmente: una parte dei dem ha chiesto insistentemente le primarie (in prima fila la sindaca di Colorno ed aspirante candidata Michela Canova), ma a fermarle è stato lo stesso Bonaccini che con Pizzarotti aveva stretto un patto di sostegno reciproco già per le Regionali 2020.

Ma a tenere banco non ci sono solo le tensioni tra i giallorossi: anche a destra, a pochi giorni dal voto, sembra esserci spazio quasi unicamente per liti e rivendicazioni. Pietro Vignali è infatti sostenuto da Forza Italia e Lega, ma non da Fratelli d’Italia che a Parma ha scelto di candidare Priamo Bocchi perché – sostiene Giorgia Meloni – “noi non siamo un partito che si accontenta, che vuole vivacchiare”. Quello di Bocchi è un ritorno sulla scena: a novembre 2020 fu silurato da tutti gli incarichi di partito per aver postato un fotomontaggio della seduta del consiglio comunale, dedicata alla violenza di genere, con in evidenza il sedere nudo di un uomo. La presidente prese le distanze, ma due anni dopo tutto è dimenticato e può correre per la poltrona di sindaco. Salvini, dal canto suo, accusa l’alleata di “aver diviso la coalizione” e non passa giorno che i due si rinfaccino il tradimento. E la spaccatura nella coalizione di centrodestra, a Parma più che mai, può essere decisiva per la vittoria o la sconfitta.

Ma se la corsa per i partiti è stata l’ennesima occasione buona per litigare su equilibri e coalizioni, i temi su cui si sono confrontati i candidati durante la campagna elettorale, si contano sulle dita di una mano. Dieci anni fa il cavallo di battaglia del M5s era l’inceneritore che poi, dopo la vittoria, venne comunque acceso dalla giunta Pizzarotti perché l’iter ormai non consentiva di bloccare il progetto se non pagando penali che il Comune (con un debito di oltre 800 milioni di euro ereditato dalla giunta Vignali) non si poteva permettere. Oggi a tenere banco è la ristrutturazione dello stadio Tardini e la riqualificazione del parco della Cittadella. Ma c’è un progetto che, più di tutti, sta facendo alzare la temperatura del dibattito: il potenziamento dell’Aeroporto Giuseppe Verdi, per il quale Confindustria ha già destinato parecchie risorse e alle quali si sono aggiunti i fondi della Regione guidata da Bonaccini. «Quando, nel primo semestre 2024, la pista sarà pronta e certificata, le grande compagnie potranno volare, grazie a tre chilometri di pista, fino a New York» ha ricordato la presidente dell’Unione parmense degli industriali, Annalisa Sassi, durante l’assemblea della scorsa settimana. Molto più cauti i candidati a sindaco che, nel corso di un dibattito, non hanno nascosto la propria contrarietà all’aeroporto cargo. Durissimo il commento della Gazzetta di Parma, il giornale degli industriali: «Il nuovo sindaco potrebbe cancellare l’impegno assunto dalla giunta Pizzarotti sulla sistemazione della viabilità e, così, fare tramontare il progetto di riqualificazione del “Verdi”, perdere il finanziamento di dodici milioni e, a lungo andare, uccidere l’aeroporto. Questo è, in teoria, possibile. Folle, secondo noi, ma possibile».

In totale sono dieci i candidati in corsa per la poltrona di sindaco. Domenica 12 giugno oltre a Vignali e Guerra e Bocchi, si sfideranno anche: Giampaolo Lavagetto, sostenuto dalla lista Parma 2032, già assessore della giunta Vignali; Marco Adorni de L’Altra Parma; Andrea Bui, sostenuto da due liste di Potere al popolo, Rifondazione comunista e Pci; Gaetano Vilnò «candidato apartitico e antisistema» della lista “Noi siamo davvero”, attuale presidente dell’associazione Deciba, Dipartimento europeo di controllo degli illeciti bancari; Enrico Ottolini, di “Europa verde”; Luca Galardi del “Movimento 3V”; Dario Costi sostenuto tra gli altri dalla lista civile “Civiltà parmigiana” dell’ex sindaco Ubaldi e da Azione di Carlo Calenda.

Escluse dalla campagna elettorale le uniche due donne candidate, Roberta Roberti (Parma Città Pubblica) e la dem Michela Canova, per cavilli burocratici. La segreteria generale del Comune di Parma – e successivamente il Tar e il Consiglio di Stato a cui le due candidate si sono rivolte presentando ricorso – ha contestato a Canova due firme raccolte e autenticate in fotocopia e non in originale e a Roberti la mancata presentazione del bilancio preventivo della campagna elettorale. «Stiamo parlando di un foglio in carta libera che avremmo potuto consegnare in dieci minuti se solo ci fosse stato detto dagli impiegati comunali il giorno stesso della consegna di tutta la documentazione» spiega Roberti, in attesa di decidere se proseguire per le vie legali intentando una causa civile contro il Comune per ottenere (almeno) un risarcimento. «Sappiamo che il giorno dopo la presentazione delle candidature alcune liste sono state chiamate in Comune per integrare la documentazione, questo non è stato concesso ai nostri delegati. Il problema reale – continua – è che in questa maniera invece di promuovere la partecipazione in provincia e in Italia, la si penalizza e le donne continuano a rimanere ai margini dell’attività politica. Avremmo potuto avere 12 candidati, ma con la nostra esclusione abbiamo una grave perdita nel dibattito democratico». Per Roberti, che per cinque anni ha battagliato in Consiglio comunale tra le fila del gruppo Misto, “è un peccato perché secondo i sondaggi avremmo potuto ottenere tra l’8 e il 10% e due consiglieri”. Oltre alla bocciatura, a bruciare è il fallito tentativo di creare un’unica coalizione ambientalista-sociale-di-sinistra, per contare di più al momento del voto. “Ci abbiamo provato da settembre ad aprile, ma è stato inutile per colpa di una battaglia identitaria”.

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