“Non avevo mai lavorato prima in vita mia e quindi non sapevo da che parte cominciare, oltretutto non avevo nessun tipo di preparazione per farlo. Fino ad allora mi ero presa cura della casa e dei bambini, che era ciò a cui si limitava l’educazione per le donne della mia epoca. Ora la famiglia e l’azienda avevano un solo capo, che ero io stessa. Era tutta una sfida per raggiungere l’equilibrio tra la responsabilità di educare i figli e allo stesso tempo imparare il mio nuovo ruolo in azienda. Era quasi un gioco di prestigio di cui divenni esperta. Cercavo di concentrarmi su una nuova linea di prodotto, mentre due secondi dopo dovevo rispondere a tutte le richieste dei miei sei figli. Come vorrei essere ricordata? Soprattutto come mamma, una mamma prestata all’imprenditoria”. È la voce melodiosa di Stefania Sandrelli a far riecheggiare le parole di Wanda Miletti, la moglie di Salvatore Ferragamo, il “calzolaio delle dive”, nei sontuosi saloni di Palazzo Spini Feroni, lo storico quartier generale della Ferragamo nel cuore di Firenze. A lei, donna ferma ma sempre femminile, moglie devota e imprenditrice visionaria, è dedicata la mostra “Donne in equilibrio” che apre i battenti oggi, 20 maggio, al Museo Salvatore Ferragamo, ed è incentrata proprio sul ruolo delle donne negli anni a cavallo tra il 1955 e il 1965, quelli in cui la signora Ferragamo si è ritrovata improvvisamente sola, vedova, con sei figli da crescere e un’azienda fa portare avanti, coniugando l’essere madre con l’impegno professionale.

Al taglio del nastro inaugurale, giovedì 19 maggio, ad accogliere gli ospiti c’erano i figli di Wanda, Giovanna, Ferruccio, Leonardo (presidente della Maison) e Massimo Ferragamo, e i nipoti Angelica e Ginevra Visconti (figlie di Fulvia, scomparsa nel 2018) e Diego di San Giuliano (figlio di Fiamma, scomparsa nel 1998). Tra i presenti alla cerimonia la scrittrice Melania Mazzucco, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il direttore artistico Davide Rampello, che ha curato la sezione video della mostra, l’attrice Stefania Sandrelli che ha letto appunto alcuni stralci delle lettere della signora Ferragamo confluite ora in un libro; e la ministra delle Pari opportunità Elena Bonetti che ha inviato un videomessaggio. “La mostra muove dalla premessa teorica che il mondo storico si declini in una dimensione plurale, creativa e produttiva, risultato non di un principio assoluto quanto piuttosto dell’azione reciproca dei singoli individui che creano modelli di vita e di consumo, relazioni di genere e di lavoro – spiega la curatrice Stefania Ricci -; questo l’insieme di fattori che nell’Italia del secondo dopoguerra e del miracolo economico generano profonde trasformazioni culturali e sociali, da leggere in una prospettiva di più lungo periodo per comprenderne appieno gli effetti. Vi è dunque una dimensione individuale della storia, che appartiene alla ricostruzione biografica, alle vicende personali, alle scelte effettuate, che può aiutare a comprendere la natura multiforme del passato”. La vicenda di Wanda Ferragamo, in questa prospettiva, rappresenta per la sua ricchezza e complessità, un modello esemplare che offre molteplici spunti per allargare l’orizzonte di riflessione all’incrocio tra la dimensione soggettiva e la storia della società e dell’economia italiana nel periodo del cosiddetto “miracolo economico”. “Questa è la storia del nostro Paese, di tante donne e uomini, che hanno contribuito a viverla e raccontarla“, ha sottolineato la ministra Bonetti nel suo intervento. “C’è la necessità per il nostro Paese di partire da questa storia per rilanciare la bellezza. E garantire le pari opportunità a donne e uomini, rendendo conto di un diritto costituzionale. Il lavoro è il luogo dove questo diritto agisce“.

Il percorso di questa mostra prende spunto proprio dalle scelte operate da Wanda alla morte dell’amato marito nell’agosto del 1960: lei, donna di campagna, nata in un piccolo paesino dell’Irpinia e vissuta fino a quel momento nella bolla incantata in cui l’aveva immersa Salvatore Ferragamo circondandola di amore e affetto, si è trovata a 39 anni con sei figli (il più piccolo di tre anni) a decidere le sorti della famiglia. E non ha avuto dubbi: prendere le redini dell’azienda per lei non significava infatti semplicemente raccogliere l’eredità del consorte, bensì realizzare il sogno che lo aveva condotto prima in America e poi proprio lì, a Firenze. Quello di trasformare il suo laboratorio artigianale di calzature da donna in una casa di moda a tutto tondo, dove i loro figli potessero esprimere appieno la propria creatività e portare avanti con dedizione il lavoro del padre. Wanda Miletti Ferragamo ha così dedicato tutta la sua vita a questa missione, facendone una vocazione. Inizialmente per lei si è trattato di una “sfida“, come la definirà in alcune memorie, per raggiungere un possibile punto di equilibrio tra le responsabilità familiari, in primis l’educazione dei figli, un tema sul quale la mostra si sofferma, e il nuovo ruolo in azienda per il quale non aveva ricevuto alcuna formazione specifica. “Noi donne facciamo di tutto, non importa quale e dove e sia il nostro ufficio“, ha scritto nei suoi pensieri rivolti ai nipoti raccolti ora in un libro da Ginevra Visconti, declinando così un modello di femminilità attiva che intende rispondere al mutato contesto sociale ed economico. Per Wanda Ferragamo infatti, non c’è nessuna forma di epico eroismo viceversa un richiamo a quelle “piccole virtù” che contraddistinguono, per dirla con la scrittrice Natalia Ginzburg, la specificità del lessico femminile, che a ben guardare indica un rinnovato senso di umanità. A guidarla come un faro nel mare della vita, ci sono stati sempre i valori tradizionali, quella forza di volontà dettata dal rigore morale trasmessole dal padre, il severissimo medico e podestà Miletti, e che lei a sua volta ha tramandato ai figli, insegnando loro l’importanza del vero, del buono, del bello e del giusto così da saper accogliere i cambiamenti con coscienza. Così si è conquistata il riconoscimento di esser stata una delle prime “capitane” dell’industria italiana.

La mostra – L’esposizione si snoda negli spazi del Museo Salvatore Ferragamo e si presenta come uno spazio domestico di una famiglia borghese di quell’epoca, curata dallo scenografo Maurizio Balò, fatta eccezione per la sala introduttiva che riproduce l’ufficio di Wanda Ferragamo, affacciato su piazza Santa Trinità. Ci sono le foto di famiglia, il calamaio antico, la lente, i porta documenti, e poi gli scatti fotografici in cui Wanda Ferragamo è ritratta con Papa Giovanni Paolo II o la Regina Elisabetta e pure la scarpa che Salvatore realizzò per lei nel 1940, in occasione del loro fidanzamento. La seconda sezione documenta, attraverso video, la famiglia italiana tra il 1955 e 1965, mentre la terza è dedicata all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro: ambientata nella biblioteca di una casa, celebra varie professioni, dalla figura iconica dell’hostess alle scrittrici e giornaliste del calibro di Oriana Fallaci e Irene Brin. Si raccontano poi il lavoro dell’artista attraverso le opere di Giosetta Fioroni e anche i lavori di casa con attrezzi di design quali i battipanni (1960) e l’alza immondizie con manico (1957) in plastica colorata di Gino Colombini per Kartell, le spazzole elettriche di Giuseppe De Goetzen per Elchim (1954), l’aspirapolvere Spatler di Achille Castiglioni per Rem (1956). C’è poi una sezione dedicata al cinema, che celebra da Sophia Loren a Stefania Sandrelli: la stanza è una cameretta dove sono appesi a mo’ di poster le locandine dei film dell’epoca, con un televisore che trasmette il documentario realizzato da Rampello & Partners Creative Studio con le voci delle “Donne in equilibrio” di oggi. La mostra si chiude infine celebrando il pret-a-porter con modelli iconici che hanno contribuito a creare la moda Made in Italy. L’intento è proprio quello di far conoscere la storia di questa donna straordinaria che è stata Wanda Ferragamo facendo emergere, al contempo, anche un quadro dell’evoluzione femminile negli anni del Boom Economico che rende omaggio alle donne che hanno contribuito, ciascuna nel suo piccolo, alla costruzione di una società diversa rispetto al contesto storico dal quale anagraficamente provenivano.

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