Scusate, qualcuno si ricorda ancora la tanto strombazzata Transizione Ecologica? Dopo mesi e mesi di Covid, da settanta e tanti giorni si sente prima di tutto parlare di guerra e pace. Persino a teatro, dove puntualmente l’invasione dell’Ucraina fa capolino con le voci impostate degli speaker che preannunciano l’imminenza dell’apertura del sipario. Ma, alla fine, in un modo o nell’altro, paradossalmente è proprio il grande teatro – che parla sempre ‘d’altro’ rispetto alla monotonia del nuovo concerto mediatico – a saper esercitare il suo magico potere, e in mezzo alle storie pur lontane che narra riesce a farci intravedere qualche squarcio di verità.

E’ sicuramente questa la percezione dei fortunati spettatori romani che fino al 15 maggio possono immergersi nella magia teatrale per eccellenza de La Tempesta di Shakespeare. La rilettura del regista Alessandro Serra, pur decisa e precisa nella direzione del teatro sul teatro, suggerisce comunque alcuni spunti che hanno una risonanza più che mai attuale. Il protagonista Prospero (che, com’è noto, scatena gli elementi per fare naufragare sull’isola del suo esilio il fratello usurpatore e prendersi finalmente la sua rivincita), appare in realtà una personalità controversa: non è il canonico buono costretto dai fatti a diventare cattivo, ma è quanto meno ambiguo e combattuto tra il bene e il male, ha un po’ perso l’umanità nel suo rifugio. Ancora, non a caso Serra, ormai considerato un erede dei maestri del ‘teatro povero’ contemporaneo (Brooks e Grotowsky qui si vedono, eccome), ha voluto forzare l’epilogo originale facendo restare sul palcoscenico solo il folletto Ariel, la figura – si badi bene – dichiaratamente ‘non umana’, la sola però che riesce davvero a provare compassione, che invoca la fine delle ostilità facendo leva sulla misericordia.

Il mondo in bianco e nero che ci viene raccontato ogni giorno, gli eroi e i cattivi, i buoni per elezione e gli esecrandi buonisti, è una grossolana messinscena, quella sì, che non regge la prova della verità del teatro. A tal proposito è bene ricordare che una delle compagnie più originali, gli Agrupación Señor Serrano di Barcellona, dal 2020 portano in tournée un lavoro che si potrebbe persino definire profetico, “The Mountain”. E’ uno dei loro spettacoli compositi dove mescolano video in diretta, modellini in scala, testi, performance, suoni e oggetti su aspetti discordanti dell’esperienza umana contemporanea. In un racconto ammaliante e imprevedibile s’intrecciano “la prima spedizione sull’Everest, il cui esito è ancora oggi incerto; Orson Welles che semina il panico negli Stati Uniti con il suo programma radiofonico ‘The War of the Worlds’; giocatori di badminton che giocano a baseball; un sito di fake news; un drone che scruta il pubblico; molta neve; schermi mobili; immagini frammentate; e Vladimir Putin che parla soddisfatto di fiducia e verità”.

Sembra un pasticcio, sulla carta, ma il risultato è incantevole e straordinario, davvero: funziona meglio di qualunque news-analysis. Per la cronaca, pochi fortunati l’hanno visto a Milano nel giugno del 2021, nel giardino dell’ex ospedale Paolo Pini durante il festival “Da vicino nessuno è normale” (non nei blasonati e pubblicamente finanziati teatri Piccoli-Parenti-Elfi ecc.), a Genova a fine aprile al teatro Ivo Chiesa, e pochi altri lo vedranno il 27 e 28 maggio al CSS di Udine. Intanto gli ASS hanno già allestito anche il nuovo “Extinciò”, una riflessione sul declino degli imperialismi e sul saccheggio delle risorse della Terra, tra la Spagna del Re Pianeta Felipe IV nel Seicento e le miniere di coltan per i telefonini nell’Amazzonia di oggi.

In effetti, mentre fingiamo tutti di credere di nuovo a sacri principi dei quali ci sbattiamo ampiamente da decenni, la devastazione delle armi invade il cuore dell’Europa e toglie letteralmente il pane a milioni di esseri umani, con i carichi di cereali che marciscono nel porto di Odessa e le semine che tardano. L’orribile guerra in Ucraina e il fantasma di Put-ler (Putin-Hitler) ci fanno bellamente dimenticare della crisi ecologica, anzi, mettiamo il pianeta addirittura a rischio di una guerra nucleare. Si vede che non riusciamo proprio a comprendere che la fine del mondo non è un fenomeno reversibile, come suggeriva un’altra magia teatrale di questi mesi, lo spettacolo ecologista della compagnia belga Ontroerend Goed “Are we not drawn onward to new erA”, curioso titolo inglese palindromo che vuol dire ‘Non siamo attratti dalla nuova era’. Interpretato dal vivo al rovescio e poi proiettato per il verso comprensibile su una sorta di sipario-schermo, questo spettacolo unico – che in Italia purtroppo sembra sparito, subito dopo l’assaggio alla Triennale di Milano per due giorni nel 2021 – porta come epigrafe una frase celebre di Kierkegaard, “La vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”.

Teatropersona di Serra, Agrupación Señor Serrano e Ontroerend Goed sono solo tre esempi, molto diversi, di come il teatro possa ancora aprire squarci di verità in un mondo devastato anche dalla propaganda e dalle fake news: altri se ne potrebbero citare, a partire da Milo Rau che su questo rapporto tra rappresentazione e realtà ha fondato la sua poetica e non a caso è tra gli invitati alla prossima Biennale DMT di Venezia, che con la direzione Ricci-Forte annuncia un programma di prim’ordine. Che siano le arti più antiche, la danza, la musica e il teatro, a far finalmente ragionare l’umanità contemporanea proprio mentre rischia di essere la peggiore della storia?

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