L’equo compenso per gli editori può attendere. A quattro mesi dall’entrata in vigore del decreto che ha recepito in Italia la direttiva europea del 2019 sul copyright, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non ha ancora adottato il regolamento con i criteri per calcolare la remunerazione che le piattaforme online come Facebook e Google saranno tenute a versare per l’utilizzo dei loro contenuti giornalistici. Doveva arrivare entro metà febbraio ma non se ne parlerà prima dell’estate, ammesso che tutto vada per il verso giusto. Perché dietro il ritardo c’è un sovraccarico di nuove competenze – regolamentari e di vigilanza ma anche di soluzione delle controversie – delegate all’Agcom dal governo, scelta che secondo gli addetti lavori espone la norma a ricorsi. Passando al merito, l’avvocato Fulvio Sarzana, esperto di diritto dell’informazione e delle nuove tecnologie, avverte del rischio che piccoli editori e testate online vengano penalizzate, “restringendo la libertà di informazione“.

La direttiva europea e le polemiche italiane – Un passo indietro. La direttiva è stata approvata dal Parlamento europeo nel marzo del 2019. Durante le trattative sul testo Movimento 5 Stelle e Lega sono stati pesantemente critici: nel 2018 l’allora vicepremier Luigi Di Maio aveva parlato di “vergogna europea” e “censura dei contenuti degli utenti su Internet”: nel mirino c’erano la cosiddetta “link tax” e l’obbligo per le piattaforme digitali di controllare i contenuti prima della loro pubblicazione e rimuovere quelli che violassero il copyright. Quegli aspetti sono poi stati parzialmente ammorbiditi: l’utilizzo online di “estratti molto brevi” degli articoli resta libero e i gestori di servizi di condivisione come Facebook e YouTube saranno in regola se dimostrano di aver compiuto i “massimi sforzi” per ottenere l’autorizzazione dai titolari dei diritti d’autore su testi, immagini o video che diffondono. Inoltre è escluso dal campo di applicazione della direttiva il caricamento di opere su enciclopedie online senza fini commerciali, come Wikipedia, e su piattaforme software open source.

Il regolamento? Non prima dell’estate. Con il rischio di ricorsi – Nel recepimento i singoli Paesi si sono mossi come sempre in ordine sparso. In Italia il decreto è entrato in vigore solo lo scorso 12 dicembre. Nel frattempo 14 editori, da Rcs al gruppo 24Ore passando per Seif che edita Il Fatto Quotidiano, si erano mossi d’anticipo stringendo accordi bilaterali con Google per il suo nuovo Showcase, un contenitore ad hoc per “confezionare in modo univoco le notizie visualizzate nei prodotti di notizie di Google” a fronte di una remunerazione. Facebook al contrario si è messa di traverso: dal 13 dicembre ha bloccato la condivisione da parte degli utenti delle usuali anteprime degli articoli corredate da una piccola immagine e alcune righe di testo (i cosiddetti “snippet”) a meno che l’editore non accettasse di firmare un documento di “esclusione di responsabilità“. Per sbloccare la situazione occorre che l’Agcom partorisca i criteri di riferimento sull’equo compenso.

Il decreto però ha ingolfato l’authority, chiedendole di adottare ben otto provvedimenti attuativi su altrettanti aspetti. E’ stato necessario creare una direzione ad hoc per i servizi digitali senza ottenere un aumento di organico e professionalità, sottolineano dall’Agcom. Di qui il ritardo. Ora il testo sull’equo compenso è quasi pronto, fa sapere la direttrice Benedetta Liberatore: entro fine mese dovrebbe essere messo in consultazione pubblica per 30 giorni, poi si svolgeranno le eventuali audizioni di soggetti interessati. Nella migliore delle ipotesi potrebbe entrare in vigore a luglio. A meno che non arrivino ricorsi: “La direttiva non prevedeva l’assegnazione di poteri cosi ampi ad una autorità amministrativa indipendente, che in base al decreto italiano sarà anche arbitro e giudice delle controversie sull’equo compenso”, nota Sarzana. “Questo potrebbe configurarsi come un eccesso di delega”.

Vero è che l’authority si muoverà dentro paletti fissati dal legislatore: per determinare il compenso si dovrà tener conto del numero di consultazioni online dell’articolo, degli anni di attività e della rilevanza sul mercato dell’editore, del numero di giornalisti impiegati, dei costi sostenuti per investimenti e dei benefici economici della pubblicazione per entrambe le parti “quanto a visibilità e ricavi pubblicitari”. Ma non è detto che sia un vantaggio: l’Antitrust ha criticato duramente la scelta del governo di indicare parametri “idonei a determinare improprie discriminazioni a sfavore degli editori nuovi entranti e di dimensioni minori, favorendo ingiustificatamente gli editori incumbent”. E proprio su questo potrebbero arrivare altre impugnative. Mentre le piattaforme cercheranno di sfruttare a proprio favore la definizione “eccessivamente generica” – lo dice sempre l’Antitrust – di “estratti molto brevi”, quelli che non avranno diritto a tutele: il decreto si limita a dire che l’eccezione riguarda “qualsiasi porzione di tale pubblicazione che non dispensi dalla necessità di consultazione dell’articolo giornalistico nella sua integrità”, senza indicare una lunghezza o un numero di battute massimo. Tutta materia che finirà con ogni probabilità in mano agli avvocati.

Il precedente francese: il rifiuto, la multa e gli accordi – La Francia è stata la prima a recepire la direttiva, nel luglio 2019, con una legge incentrata sul diritto al compenso per gli editori. E il caso francese, nonostante un iter accidentato, dà qualche spunto sulle possibili strade da seguire. La prima reazione del motore di ricerca di Mountain View è stata un deciso rifiuto: ha fatto sapere che non intendeva pagare alcunché e dunque da quel momento in poi non avrebbe più pubblicato nelle pagine dei risultati gli snippet. Editori e Afp hanno fanno ricorso all’Autorità per la concorrenza che nel 2020 ha dato loro ragione, obbligando Google a negoziare. Nel gennaio 2021 è arrivato il primo accordo con l’Alliance de la presse d’information generale, omologa della Fieg. Bocciato anche quello, a luglio, con l’accusa di non aver trattato “in buona fede” e aver rifiutato “un confronto specifico sul compenso dovuto per l’uso dei contenuti protetti da diritti”. L’Antitrust francese ha accompagnato la decisione con una multa da 500 milioni di euro. Il mese scorso è arrivata la nuova intesa sui criteri di remunerazione nell’ambito di Google news e Google Showcase. Nel frattempo anche Facebook si era convinta a firmare con l’Apig in vista del lancio Oltralpe del suo nuovo Facebook News, che sta andando a regime proprio in queste settimane.

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