Milano, venerdì 1° aprile, Villa Litta. I russi assediano le città ucraine, qui ricordiamo l’assedio infinito di Sarajevo, trent’anni prima. Alberto Corba, attore, regista e direttore artistico del Teatro dei Lupi, recita un capitolo tratto da Nero sensibile (edito da Albatros), struggente e bellissimo romanzo di Emina Gegic, scrittrice bosniaca che vive a Milano, dove lavora come sceneggiatrice e drammaturga.

Emina racconta quello che ha vissuto sulla sua pelle di adolescente quindicenne, sopravvissuta alle bombe che hanno martoriato Sarajevo: “Sognavo di diventare scrittrice. Di innamorarmi. All’improvviso la mia vita fu dilaniata dalla paura, dal sangue, dalla fame, dalla sete”. E tuttavia, “io e gli altri non perdemmo mai la nostra dignità di persone. Facevamo la fila con le taniche e le bottiglie da riempire d’acqua (c’era una piccola fonte ma c’era anche la possibilità di essere uccise dai cecchini), senza che nessuno facesse il furbo e saltasse la coda. Noi ragazze, ma anche tutte le altre donne, indossavamo l’abito migliore che potevamo esibire, rammendato magari alla perfezione, ci mettevamo il rossetto e ci pettinavamo come per le grandi occasioni e i giorni di festa, perché se ci avessero ammazzato, almeno saremmo morte belle ed eleganti…”.

Il romanzo è uscito in libreria lo scorso luglio. Mai Emina avrebbe voluto riproporlo, perché l’anniversario dell’assedio di Sarajevo coincide con la feroce guerra scatenata da Putin, risvegliando gli spettri della barbara e sanguinaria guerra scatenata da Slobodan Milosevic e dal famigerato generale Ratko Mladic: “Ieri non è mai stato così simile ad oggi”, si legge nella locandina dell’incontro a Villa Litta. Ma spesso e volentieri noi rimuoviamo ciò che è successo ieri e l’altroieri. Memoria scomoda, quella dei conflitti di civiltà, delle carneficine in nome dell’etnia, le distruzioni vendicative delle secessioni, l’onnipotenza dei sovranismi. Che esorcizziamo ogni volta, ripetendo come un mantra l’ipocrita appello: “Mai più”. E invece, è “sempre più”. Vaglielo a dire, oggi, agli abitanti di Mariupol, o a chi è scampato al massacro di Bucha, che certe cose non dovevano più succedere.

La scelta di Corba è spiazzante, come lo è in fondo il romanzo di Emina, l’educazione sentimentale di una ragazza costretta a combattere l’odio e gli agguati della morte senza smarrire i sogni, “mi sono, ci siamo aggrappati alla cultura, all’arte, a cercare nei piccolissimi spazi di libertà, anche nei sotterranei, nelle cantine, di non arrenderci alla violenza, alla distruzione delle nostre identità”.
Gli assediati erano tagliati fuori dal mondo, ma qualcosa del mondo non poteva star lontano da Sarajevo: la primavera. La stagione della speranza. Il tono di Corbo, l’attore che recita Aida, la protagonista/alias di Emina, si fa leggera come l’aria che allieta le sofferenze di Sarajevo…

“La primavera aveva portato un po’ di spensieratezza fra la gente. Si era offerta al mercato bellico con un centinaio di diverse specie di fiori, diffondendo le loro fragranze nell’aria, come se fossero dei campioncini gratuiti delle profumerie di pace. A quell’aromaterapia si conferivano poi i frutti che stavano sbocciando all’unisono e annunciavano l’arrivo della giovane primavera a tutti coloro che, per estrema esigenza, avevano dovuto usare il calendario al posto della legna da ardere. Boom dei colori, boom dei profumi, boom della luce. Anche la primavera stava esplodendo in quella città, cambiando la connotazione del termine ‘esplosione’. Sulle rovine poi si arrampicava l’edera testarda, sempre disponibile, sempre a tiro, sempre verde, addolcendo le macerie senza mai chiedere nulla indietro. La gente non poteva rimanere indifferente alla bellezza della natura. Andava in giro e gioiva, raccogliendo i fiori e le erbe in offerta libera, per servirle poi come l’insalata, come un infuso o come un ingrediente per una dietetica, per non dire povera, marmellata”.

In sala, silenzio ed emozione. Fuori, ha smesso di piovere. A Sarajevo, la gente sperava nella pioggia: si mettevano sui balconi tutte le pentole e i secchi possibili, qualcuno beveva la pioggia, ricorda Emina, l’acqua valeva più dell’oro. L’acqua uccideva, però: “Un giorno, dal mio balconcino dove i tiri dei cecchini non potevano arrivare, vidi un uomo che camminava reggendo nelle mani due enormi taniche d’acqua. Si stava avvicinando verso le nostre palazzine quando lo vidi barcollare. Un cecchino aveva sparato alla tanica di destra, l’acqua schizzava fuori dal foro. L’uomo era inciampato, intanto il cecchino aveva sparato un altro colpo, bucando l’altra tanica. L’uomo si era rialzato e cercava di mettersi in salvo portando via le taniche con quel poco d’acqua rimasta dentro. Fece un passo, poi crollò a terra. Il cecchino l’aveva ammazzato”.

Corbo continua la sua lettura: “Quella primavera, sia sul balcone sia sui davanzali di Aida, oltre che le piante e i fiori, crescevano anche le cipolle, l’aglio, l’alloro e qualche peperoncino, tutti quanti piantati con i semi arrivati con gli aiuti umanitari. Anche Aida raccoglieva erbe in giro e poi, usando le stoviglie più belle che trovava a disposizione, le serviva come se fossero una delle prelibatezze d’alta cucina. ‘Senti, Aida’, aveva detto Mustafa guardando i colori dell’insalata di tarassaco durante un semipranzo domenicale, “è tutto molto bello, eppure sarebbe più pragmatico portarci direttamente su un prato a brucare”. La primavera aveva fatto rifiorire tutto, persino la resiliente ironìa balcanica che aveva il potere di rendere ricco persino un pasto magro. Il buonumore era tornato, la città era più viva che mai. Più cercavano di annientarla, più lei rinasceva. Il cinema Apollo e Radnik avevano iniziato a proiettare i film sui grandi schermi, il club Obala a esporre le mostre degli artisti locali e internazionali, si organizzavano i concerti e persino il Sarajevo Film Festival. Un parrucchiere tagliava i capelli sul marciapiede, il sindaco sposava la gente, le ostetriche facevano nascere i bambini. Nella città assediata erano arrivate Joan Baez, Susan Sontag, Bruce Dickinson e i suoi ragazzi, insieme ad una fiumana di esseri umani da tutto il mondo che volevano dare il loro singolo sostegno alla città con il più lungo assedio del ventesimo secolo”.

“Gli anfitrioni sarajevesi erano sempre sul pezzo e facevano sentire a casa questi ospiti d’onore che venivano nella città coi giubbotti antiproiettili ma nel giro di poco li abbandonavano e cominciavano a camminare a petto libero, proprio come i Mancati. Tutti insieme si ubriacavano nei locali con la birra di riso e qualche grappa rimasta. A Sarajevo tutto era possibile, persino vedere Bono Vox nel club Obala ad abbozzare Here she comes/Beauty plays the crown/Here she comes/Surreal in her crown”.

L’assedio di Sarajevo era cominciato proprio un giorno di primavera, giusto trent’anni fa, il 5 aprile del 1992. I 500mila abitanti della capitale bosniaca non avrebbero mai immaginato che sarebbero rimasti intrappolati per 43 mesi, ossia 1425 giorni, che sulle loro teste sarebbero piovute oltre un milione di bombe (il 22 luglio del 1993 furono 3777, cinque ogni due minuti), che gli assedianti 27 giorni dopo avrebbero isolato completamente Sarajevo, tagliando luce, gas, acqua, telefoni, ferrovie, bloccando le linee di comunicazione, i rifornimenti di viveri e delle medicine. Morirono oltre 12mila persone, 1500 erano bambini. I feriti furono almeno 50mila. Tutti gli edifici della città furono colpiti, 35mila completamente distrutti. Non c’era Internet. Solo le radio, soverchiate dai segnali di disturbo. La Croce Rossa e gli aiuti umanitari erano costretti a negoziare duramente ogni passaggio dei loro convogli. Di notte, per fortuna, si riusciva a contrabbandare qualcosa, il mercato nero fu sopportato come disperata risorsa.

Quando l’assedio finì, cominciò un altro assedio: quello della memoria, i traumi della mente. Benjamina Karic, l’attuale sindaco di Sarajevo, ha trent’anni. E’ nata durante le prime settimane dell’assedio. Ma ha dichiarato di ricordare ancora adesso le esplosioni delle granate, le cannonate dei carri armati e i colpi secchi degli “sniperisti”, i cecchini. Sarajevo nel frattempo ha perso un terzo della popolazione, l’emorragia demografica continua ineluttabile. Le frizioni tra le comunità sono appena appena celate. Come scrivono Francesco Battistini e Marzio G. Mian (Maledetta Sarajevo, 2022, ed. Neri Pozza), resistono le vecchie tentazioni di risolvere i “contenziosi congelati nel tempo”. Quelli “Prije rata”. Prima della guerra. Camuffati da illusioni propagandistiche. Solo otto anni prima che iniziasse l’assedio, c’erano state le Olimpiadi Invernali del febbraio 1984, vetrina per allocchi: Sarajevo per un mese centro del mondo.

Il serbo Slobodan Milosevic, presidente jugoslavo d’allora, mi aveva detto con apparente orgoglio durante un’intervista, pochi mesi prima: “Sarajevo è città della pace. Città cosmopolita. Dove convivono quattro religioni, tre popoli, tante culture. Dimostreremo che è un modello politico ideale, da porre come esempio”.

La guerra macina vittime. La prima si chiama verità.

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