I nuovi dati Inps aggiornati a novembre 2021 confermano che la ripresa del mercato del lavoro dopo la crisi pandemica – nell’anno in cui pil è cresciuto del 6,5% – è fortemente sbilanciata sul precariato. La prova del nove arriva dalla variazione netta dei rapporti di lavoro in essere, cioè la differenza tra attivazioni e trasformazioni di contratti, da un lato, e cessazioni dall’altro. L‘Osservatorio sul precariato mostra che rispetto al 2019, quando era pienamente in vigore il decreto Dignità che dal 2020 è stato messo in stand by e la scorsa estate scardinato dalla maggioranza, il trend si è ribaltato: se in quell’anno la variazione netta dei posti a termine è stata negativa per 228mila posti e lo era (per 61.417) già a novembre, nel 2021 il saldo è positivo per 497mila posti. Tre volte tanto rispetto alla variazione netta dei rapporti stabili, che è stata di 164.210 contro i 440mila del novembre 2019.

Nel solo mese di novembre sono stati firmati 337.859 contratti a termine e il saldo, al netto delle cessazioni, è stato di 83mila. Numeri che non si erano più visti dopo il varo, nell’estate 2018, del provvedimento voluto dall’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio che aveva messo paletti alla durata e alle possibilità di rinnovo incentivando la trasformazione dei rapporti precari in contratti stabili: la differenza tra attivazioni e cessazioni si era fermata a 23.744 nel novembre 2018 e 9.644 nel novembre 2019. Cos’è successo nel frattempo? Nel 2020, durante il picco del Covid, per sostenere la ripresina estiva si è deciso di consentire deroghe temporanee al decreto. Nel marzo 2021, cambiato il governo, la possibilità di rinnovo o proroga senza causale è stata prorogata fino a dicembre fermo restando però il divieto di non superare i 24 mesi di durata. In estate, poi, l’intera maggioranza – 5 Stelle compresi – ha consentito sia di prolungare i contratti a termine senza causale ogni volta che se ne concorda la necessità con i sindacati, sia (fino al prossimo settembre) di firmare un nuovo contratto a termine di durata superiore a 12 mesi anche con lavoratori che la stessa azienda abbia già impiegato a termine per due anni, rendendo lettera morta il precedente limite di 24 mesi complessivi.

In forte crescita (+32%) sono risultati comunque anche i contratti stagionali, che hanno superato di gran lunga i numeri registrati subito prima della pandemia. Dopo l’aumento registrato nei mesi estivi, con numeri assoluti da record, la variazione netta a fine novembre è positiva per quasi 50mila contratti, dopo che nel 2020 il saldo era stato negativo per 52.751. Ma il vero boom riguarda i contratti ex interinali: +29% di attivazioni e +135.907 come variazione netta, contro gli 84mila del 2020. Nel 2019 il saldo era negativo per quasi 21mila unità. La tendenza è confermata dal cosiddetto saldo annualizzato, cioè la differenza tra i flussi di assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi. A partire da marzo 2021, fa notare l’Inps, il saldo annualizzato è tornato alla crescita dopo la fase recessiva dovuta alla pandemia, e a novembre ha raggiunto il valore di 636.000 unità. Ma se per il tempo indeterminato la variazione positiva è di 178.000 unità, l’incremento del tempo determinato arriva a 275mila e quello dei contratti di somministrazione a 78mila.

Prendendo in considerazione tutti i tipi di contratti, le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati sono state nei primi 11 mesi del 2021 6.616.000, in crescita del 22% sullo stesso periodo dell’anno precedente segnato dal lockdown. Per quanto riguarda i licenziamenti, i numeri confermano che dopo lo sblocco scattato l’1 novembre non si è verificato il temuto tsunami. Le cessazioni di contratti a tempo indeterminato sono state 145mila, contro le 131mila dello stesso mese 2019 e le 130mila del novembre 2018.

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