Alla fine ce l’hanno fatta. L’hanno aperta quella scatoletta di tonno. Purtroppo, non era il Parlamento, ma lo stesso Movimento 5 Stelle: oramai null’altro che una scatoletta di latta al cui interno sono rimasti appiccicati brandelli di ideali e qualche goccia d’olio. Il grande tragico greco Euripide non avrebbe saputo immaginare una punizione più sadica per la hybris manifestata da quei “comuni cittadini” illusi di farsi re di se stessi e di scalzare una tracotante aristocrazia impunita, immutata e immutabile.

Nella vicenda che coinvolge Giuseppe Conte, Beppe Grillo, Luigi Di Maio e tutti gli altri, attivisti o eletti che siano, l’eterogenesi dei fini ha avuto il suo più esemplare trionfo. Il risultato delle azioni intraprese non è stato affatto quello che ci si proponeva all’origine, “ma piuttosto la risultante della combinazione, del rapporto e del contrasto delle volontà e delle condizioni oggettive” (Wilhelm Wundt).

Come nel gioco dell’oca, l’ordinanza del Tribunale di Napoli apparentemente riporta tutti al punto di partenza degli “Stati Generali” del 2021, quelli che faticosamente decretarono la imprescindibilità di avere per guida del Movimento un Direttorio per evitare l’uomo solo al comando. Di Maio leader, del resto, dopo le Politiche del 2018 si era dimostrato un disastro, tra nomi paracadutati nelle liste (tutti evaporati per altri lidi) e sfracello elettorale europeo.

In realtà, questa decisione dei giudici decreta la definitiva fine di un ideale, quella della democrazia partecipativa. Impensabile che un Conte, ingolosito dalle sfrenate ambizioni casaliniane, voglia ridursi ad essere “uno dei cinque” a decidere. Impensabile che un Di Maio, ormai felicemente fagocitato e digerito dal mainstream del Potere, decida di tornare a fare l’attivista nei territori (nel suo caso, l’Avellinese) o a fare da guida e tutore per altri eletti dopo di lui e al posto suo.

Pittaco, filosofo a Mitilene nel quinto secolo avanti Cristo, aveva già capito tutto: “Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo, devi dargli un grande potere.” Ormai abbiamo capito chi è davvero Di Maio, così come chi è Conte e mettiamoci anche Grillo, che dopo la morte di Gianroberto Casaleggio non ne ha più azzeccata una. Adesso è lui stesso ad annunciare cambiamenti “rivoluzionari” ma solo ora si decide a mettere nero su bianco una cosa, ovvia un anno fa, ma che con la crescita esponenziale delle velleità di Conte e di Di Maio era diventata un confuso ricordo: “Rotazione o limiti alla durata delle cariche, anche per favorire una visione della politica come vocazione e non come professione”. Ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, se a fare le spese di questa totale insipienza politica non fossero quei creduloni degli attivisti e in generale i cittadini italiani.

“Ricordatevi chi c’era prima di noi, ricordate cosa abbiamo fatto”, è il tormentone del “Fondatore” e degli attuali “portavoce” in Parlamento. Gli italiani se lo ricorderanno senz’altro. Per tanti di loro il Movimento è stata la speranza, una buona volta, di cambiare della politica. Una speranza schiacciata poi sotto il proprio naso. Come una scatoletta di tonno, vuota.

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