Lo schermo proietta un abbraccio fra due maglie azzurre. Sulla destra c’è Stefania, che sorride incredula. A sinistra c’è Amos, che batte il pugno sulla scopa e lo alza verso il cielo. Gesti semplici che raccontano emozioni difficili da spiegare. Perché la coppia formata da Constantini e Mosaner ha creato un cronosisma alla Kurt Vonnegut. Non è riuscita solo a travasare il 2021, l’anno d’oro dello sport tricolore, in questo inizio di 2022. Ma è andata addirittura oltre, scrivendo una pagina di storia. L’8-5 nella finale contro la Norvegia è il risultato che stravolge le prospettive di un’intera disciplina. Per la prima volta il nostro curling ha vinto una medaglia olimpica, quella del metallo più prezioso. Un successo, nel senso più letterale del termine.

Perché niente come il curling racconta alla perfezione le contraddizioni del nostro Paese. È il trionfo di un movimento che neanche esiste, che conta trecentocinquanta atleti in tutto, che non ha una Federazione di riferimento, che può contare su tre poli di allenamento, che si tiene in piedi sull’iniziativa di qualche club, che ogni anno convive con la speranza di poter attrarre nuovi giocatori per fermare l’emorragia di chi abbandona. Uno sport che taglia a metà la Penisola, che per sua stessa natura esclude il Sud e si concentra al Nord, a Cortina, a Cembra, a Pinerolo, pur mantenendo quell’anima nazional-popolare che fa appassionare un Paese intero.

Per qualche ora il curling ha preso le sembianze del rugby di inizio millennio: uno sport del quale nessuno conosce le regole ma che tutti rimarrebbero volentieri a guardare per ore. Merito anche di Stefania Constantini e Amos Mosaner, due ragazzi che per arrivare a lanciare le loro pietre sulla pista bianca e dritta di Pechino hanno dovuto affrontare molte curve. Ex impiegato di un’azienda agricola lui, ex commessa in un negozio di vestiti lei, si sono dovuti distaccare dal passato per scrivere il futuro. Esistenze normali che sono riuscite a diventare straordinarie, a trasformare i cinque cerchi in molto più di un sogno, a far appassionare a uno sport ancora in cerca di tifosi. “Per noi è una soddisfazione immensa – racconta Andrea Gios, presidente della Federazione Italiana Sport su Ghiaccio – perché è il risultato delle scelte che abbiamo fatto 8 o 9 anni fa. Abbiamo cambiato sistema organizzativo, abbiamo assunto dietologi, medici, preparatori atletici, tecnici internazionali, psicologi, nutrizionisti. E poi abbiamo deciso di fare una rivoluzione: prima la squadra nazionale era composta da chi vinceva il campionato italiano, ora invece si bada alle caratteristiche dei singoli”. E ancora: “L’altra parte della rivoluzione è stata coinvolgere i corpi militari. Prima l’Aviazione, poi le Fiamme Gialle. Così abbiamo dato possibilità agli atleti che prima giocavano part time di diventare professionisti. Abbiamo atleti di talento, ma il problema è che abbiamo solo tre impianti. Da anni stiamo cercando di portare piste per il curling a Roma, Bologna, Firenze ma soprattutto a Milano, perché è assurdo che una città che si prepara alle Olimpiadi non abbia piste. Poi – aggiunge – si tratta di uno sport che si presta tantissimo ad avere uno sviluppo: crea un club, un circolo, si può giocare anche a 80 anni“.

L’Italia si è accorta del curling nel 2006, alle Olimpiadi invernali di Torino. Lo ha guardato con diffidenza per anni, raccontandolo con snobismo. Per anni si è parlato di scope, di pentole, di posture particolari. Bocce sul ghiaccio, si diceva. Una pratica che generava simpatia più che ammirazione. Anche il cinema se n’era occupato. Claudio Amendola lo aveva messo al centro de “La mossa del pinguino”. Ma il curling era espediente narrativo, sport improbabile per eccellenza che doveva cucire insieme le vite dei protagonisti, accompagnarli verso il riscatto. Pechino 2022 ha restituito un’immagine molto diversa. Uno sport strategico e spietato, dove i protagonisti vivono in simbiosi, dove ogni mossa assomiglia a una mano a scacchi, con una complessità incartata dietro a una semplicità solo apparente che ha spazzato via l’idea banale di poter essere uno sport per tutti, affare da dopolavoristi.

Una boccata d’ossigeno per una narrazione sportiva che a forza di trasformare qualsiasi cosa in favola ha finito col soffocare le fiabe autentiche. Perché non c’è niente di veramente straordinario quando tutto viene presentato come tale. Questa volta la storia è diversa. Perché all’improvviso la pista dell’Ice Cube è diventata palcoscenico dei sogni, ghiaccio bollente, un ossimoro così potente da tenere insieme William Shakespeare e Tony Dallara. Una vittoria dopo l’altra, la storia di Stefania Constantini da Cortina e di Amos Mosaner da Cembra è diventata patrimonio condiviso, orgoglio nazionale. Dieci successi uno dietro l’altro. Un percorso perfetto. Dominatori del round robin, sono passati dall’anonimato all’euforia collettiva. D’altra parte lo diceva Ennio Flaiano: “Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori“.

Amos e Stefania già lo sono, con quella medaglia d’oro al collo. “Gli sport che vanno in Italia si contano sulle dita di una mano – conclude Gios – ma il curling ha un vantaggio: è televisivo, si vede subito chi sta vincendo, riesce ad appassionare chi è a casa che dice la sua su come giocare il punto. Noi però stiamo vivendo un miracolo: noi abbiamo qualche centinaia di iscritti e siamo riusciti a battere il Canada che ha un milione di atleti tesserati. Sono cose che succedono solo in Italia. E poi abbiamo anche la squadra maschile, che giocherà fra qualche giorno, che ha buone possibilità di medaglia. Incrociamo le dita”. Ed è quello che fa una Nazione intera.

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