Morire di freddo a 5 anni nel territorio gestito dal contingente Nato italiano nei primi vent’anni del terzo millennio. Succede in Afghanistan, nella provincia occidentale di Herat dove le nostre forze armate hanno ammainato il tricolore pochi mesi fa. Il fatto risale alla fine della scorsa settimana. Il bambino, Ahmad, è morto di notte, durante il sonno, dentro una capanna di fango che divideva con quattro sorelline e la madre a Karnial, un minuscolo villaggio nel nulla di un altopiano afghano privo di vegetazione e sferzato da venti gelidi.

Siamo nel distretto di Robat Sangi, alcune decine di chilometri a nord di Herat. È stata la madre, dopo una notte in cui la temperatura è scesa di parecchi gradi sotto lo zero, a trovare il corpo del piccolo privo di vita dopo essere finito in ipotermia. L’abitazione, se così si può chiamare, dove vive la famiglia del piccolo Ahmad è precaria e ovviamente priva di tutte le utenze che noi consideriamo di base. Siamo oltre la frontiera della povertà, specie per un nucleo rimasto senza il capofamiglia, il padre del piccolo, scomparso da circa un anno dopo essere diventato un tossicomane, una sorte comune a tantissimi uomini in Afghanistan.

Il peso e l’impotenza sulle spalle della moglie costretta a badare a cinque figli piccoli, drammaticamente rimasti in quattro dopo la morte di Ahmad. Una goccia di orrore e dolore all’interno di un Paese devastato da una crisi spaventosa che ha ridotto l’economia del 40% in sei mesi a causa del collasso del sistema finanziario dopo il ritorno al potere dei Talebani. E la storia di Ahmad assume ogni giorno di più i contorni della normalità in Afghanistan, proprio nella provincia di Herat dove per vent’anni l’Italia ha giocato un ruolo importante. Anzitutto coordinando l’area del quadro operativo stilato all’interno delle missioni Enduring Freedom, dall’ottobre 2001 al 31 dicembre 2014, e a seguire Resolute Support, fino al ritiro delle truppe e dei contingenti diplomatici alla scadenza del 31 agosto scorso. In secondo luogo gestendo la cooperazione con la sua agenzia nazionale (Aics) e le diverse ong attive sul territorio.

C’erano voluti anni, dopo la cacciata dei Talebani alla fine del 2001, per migliorare il tessuto sociale ed economico dell’Afghanistan. La situazione non è mai stata idilliaca, tuttavia la cooperazione ha fattivamente limitato i danni e consentito un timido sviluppo sotto vari profili. In poche settimane tutto si è rotto e le conseguenze sono, adesso, nei drammi come quello di Ahmad. Cinque mesi dopo la grande fuga dall’Afghanistan di tutti i contingenti internazionali, la cooperazione si sta rimettendo in carreggiata con l’obiettivo di tornare al recente passato.

Jailani Rahgozar per oltre un decennio ha collaborato con diverse ong italiane attive nella provincia di Herat, una delle 34 che compongono il Paese centrasiatico. Di lui Ilfattoquotidiano.it ha raccontato la tensione successiva al ritorno dell’Emirato talebano alla guida dell’Afghanistan e la paura di vendette nei confronti di chi aveva collaborato con l’Occidente. I timori restano, ma la possibilità di tornare al suo vecchio lavoro di cooperante rappresenta una grande opportunità. L’Afghanistan si sta riaprendo alla cooperazione perché i Talebani ne hanno bisogno urgente e tra le organizzazioni italiane tornate sul campo c’è Gvc-We World. Rahgozar, in questa fase preliminare di raccolta di informazioni, ha ripreso il suo ruolo per la ong italiana effettuando delle ricognizioni nei distretti che fanno parte della provincia di Herat. Durante una di queste è venuto a conoscenza della tragedia che ha colpito la famiglia del villaggio di Karnial: “Mi occupo di cooperazione da tanto tempo – racconta a Ilfattoquotidiano.it – il quadro generale non era certo ottimale neppure prima del ritorno al potere dei Talebani, ma situazioni del genere non le avevo mai viste. Il piccolo è stato trovato letteralmente congelato. Le settimane precedenti ha nevicato e le temperature poi sono rimaste sempre sotto lo zero, anche di giorno. Nelle aree rurali dell’Afghanistan, per tradizione, le bambine dormono con la madre, per questo Ahmad, l’unico maschio, ha patito di più il freddo. Negli ultimi giorni il bambino ha avuto sintomi influenzali che sono andati peggiorando, ma trovare un medico, specie disponibile ad arrivare in quella landa desolata, è impossibile e la famiglia non avrebbe potuto pagarlo. Ora anche altre due bambine soffrono degli stessi disturbi legati al freddo e alle mancate cure, per questo la madre e le sorelle maggiori sono andate in cerca di qualcosa da bruciare. Durante la visita, infatti, ho parlato con la zia del bambino, visto che la madre e le due figlie più grandi erano uscite all’alba per andare in cerca di legna e altro materiale da ardere per riscaldarsi. La loro casa è una capanna di pochi metri, non ci sono nemmeno le porte e per proteggersi dal freddo hanno messo delle paratie di plastica trovate tra i rifiuti. La capofamiglia deve badare ai figli, non lavora e non ha risorse per sostenerli. Cercano di sopravvivere, ma spesso non hanno nulla da mangiare, le bambine sono denutrite”.

Nelle loro condizioni ci sono centinaia se non migliaia di famiglie della provincia che dai villaggi più remoti hanno deciso di venire a Herat per cercare quanto meno un riparo o una chance di sopravvivenza. Intere aree alla periferia della città si sono trasformate in enormi baraccopoli dove la gente tira a campare sfidando la morte ogni giorno. Tempo fa, parlando appunto del fenomeno, avevamo raccontato il disperato tentativo di sopravvivere di molte famiglie, disposte a vendere un figlio per garantirgli un futuro migliore e una forma di sussistenza per tirare avanti. Dalla fine dello scorso anno Gvc-We World è tornata in Afghanistan e come primo obiettivo ha individuato le donne sole con figli come il segmento della popolazione più vulnerabile: “Il progetto ‘Cash for Food’ – spiega Stefania Piccinelli, direttrice dei programmi di Gvc-We World – sostiene le famiglie guidate da donne. La mancanza di entrate e di assistenza le espone alla fame. Il collasso del sistema finanziario nazionale ha inizialmente determinato grandi difficoltà e la nostra decisione di mantenere donne nel team di lavoro ha richiesto tempo e negoziazioni con le autorità locali per essere accettata. Inoltre, le tempeste di neve compromettono ogni volta l’accesso alle strade e lo rendono pericoloso. Attualmente, le operazioni hanno raggiunto 230 famiglie guidate da madri vedove, con 1.300 bambini in totale. Speriamo di poter aumentare il nostro raggio di azione per poter sostenere almeno il doppio delle famiglie”.

L’ultima crisi afghana ha prodotto 700mila sfollati di cui il 59% sono bambini. In totale sono oltre 24 milioni le persone bisognose di un aiuto umanitario in Afghanistan, circa la metà della popolazione, e anche qui la percentuale dei bambini supera il 50%. Di questi, 4 milioni, poco meno di un terzo, non frequentano la scuola. Infine, quasi 9 milioni di persone sono a rischio fame a causa della carestia nel 2022.

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