“Non possiamo continuare a dare dosi di richiamo ogni tre o quattro mesi“. È la frase pronunciata martedì da Marco Cavaleri, responsabile per i vaccini dell’Ema, durante un briefing video con la stampa in collegamento da Amsterdam. Potrebbe essere tradotta in un presunto scetticismo dell’Agenzia europea per i medicinali nei confronti del booster contro il Covid. Il concetto espresso da Cavaleri, però, si inseriva in un discorso più ampio, che distingueva tra la situazione di emergenza che stiamo vivendo oggi con il diffondersi della variante Omicron e quella che invece dovrà diventare una strategia di lungo respiro. Cavaleri infatti ha spiegato: “Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine“. Un pensiero non certo nuovo: è stato sottolineato anche dall’Organizzazione mondiale della Sanità, così come da diversi immunologi negli Stati Uniti.

Anzi, durante la conferenza stampa Cavaleri ha sottolineato anche l’importanza della terza dose: “Sta diventando sempre più chiaro che servono i booster per estendere la protezione dei vaccini, perché svanisce col tempo, tipicamente dopo circa 5-7 mesi con la variante Delta e più rapidamente con Omicron”. “I dati sull’impatto nella vita reale – ha aggiunto il capo della strategia vaccinale dell’Ema – mostrano che la dose di richiamo rafforza la risposta immunitaria e rafforza o estende la protezione”. Per queste ragioni, ha proseguito Cavaleri, si sta già discutendo riguardo alla “possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso”. Rispetto a questa ipotetica quarta dose, che Israele sta già somministrando agli over 60 e alle persone fragili, l’Ema ha chiarito che “non abbiamo ancora visto i dati“. “E vogliamo vedere questi dati prima di fare qualunque raccomandazione”, ha sottolineato Cavaleri.

I timori dell’agenzia europea riguardano quindi il rischio che questa strategia si protragga per troppo tempo. “Siamo abbastanza preoccupati riguardo una strategia che preveda vaccinazioni ripetute in un lasso di tempo breve”, ha ribadito il responsabile per i vaccini durante il briefing. Per quali motivi? “Se scegliamo una strategia per la quale diamo dosi ogni quattro mesi, finiremo potenzialmente per avere problemi con la risposta immunitaria“, ha spiegato ancora Cavaleri. La risposta del sistema immunitario “potrebbe non essere così buona come vorremmo che fosse, quindi dovremmo fare attenzione a non sovraccaricare il sistema immunitario con ripetute immunizzazioni”. Un discorso che non riguarda le persone immunocompromesse, le quali anzi possono trarre beneficio da un’altra dose aggiuntiva. In secondo luogo, ha proseguito Cavaleri, c’è anche il rischio di “affaticare la popolazione con continue somministrazioni di booster”. Quindi, ha concluso il suo ragionamento, “se da un punto di vista epidemiologico vedendo la situazione” fare il booster “dovesse essere l’unica soluzione, allora si potrà fare una volta o forse due, ma non è una cosa che possiamo ripetere costantemente“.

Già nei giorni scorsi il tema è stato sollevato negli Stati Uniti, dove il 73% della popolazione ha due dosi ma poco più di un terzo ha effettuato il richiamo. E anche il New York Times ha chiesto a diversi esperti se la strategia del “forever boosting” possa essere quella vincente contro il coronavirus. Deepta Bhattacharya, immunologa presso l’università dell’Arizona, ha risposto come Cavaleri, spiegando che effettuare richiami a intervalli brevi “non è certamente sostenibile a lungo termine”. Akiko Iwasaki, immunologa dell’ateneo di Yale, ha ricordato che “non è raro somministrare vaccini periodicamente”, ma ha aggiunto che esistono strategie migliori rispetto al “fare i richiami ogni sei mesi“. Su questo punto si è soffermato anche Cavaleri, distinguendo sempre fra la fase emergenziale attuale e uno scenario futuro: quando il virus diventerà endemico, ha spiegato, “sarebbe meglio iniziare a pensare a una somministrazione di booster più distanziata nel tempo”. Quindi seguire lo stesso metodo già adottato per il vaccino antiinfluenzale, con una somministrazione annuale da effettuare “all’inizio della stagione invernale”. Altri due immunologi contatti dal New York Times, Ali Ellebedy della Washington University di St. Louis e Shane Crotty del La Jolla Institute for Immunology in California, consigliano invece di aspettare che arrivi almeno il nuovo vaccino specifico per Omicron: “Non ha senso continuare a vaccinare contro un ceppo che è già scomparso”, ha spiegato Ellebedy. Quindi se l’intenzione sarà quella di somministrare anche una quarta dose, “aspetterei sicuramente un vaccino a base di Omicron“.

Una raccomandazione simile è stata espressa anche dagli esperti dell’Oms, secondo cui contro l’emergere di nuove varianti non è utile continuare a effettuare richiami con i vaccini già esistenti: “Sono necessari e andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte”. “Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti” dei vaccini attuali “ha poche possibilità di essere appropriata o sostenibile”, ha sottolineato l’Oms. “In attesa che questi” nuovi “vaccini siano disponibili, e alla luce dell’evoluzione del virus, occorrerà forse aggiornare la composizione degli attuali vaccini anti-Covid, al fine di garantire che continuino a fornire il livello di protezione raccomandato dall’Oms contro l’infezione e la malattia” causata dalle varianti, hanno sottolineato gli esperti.

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