di Giuseppe Varvaro

Il bilancio statale del 2022 prevede la fragile vittoria d’ovattare i danni psichici da pandemia – grazie a una spesa una tantum, di appena 20 milioni di euro per prestazioni psicologiche aggiuntive – e al contempo prelude in prospettiva pluriennale a uno Stato sociale sordo all’impatto delle conseguenze del Covid-19 sulla salute mentale.

Eppure, secondo il Social determinants of mental health dell’Oms del 2014, tra i i principi di tutela della salute mentale c’è quello di adottare politiche con visione non a breve termine; mentre, secondo il Policy Brief – Covid19 e il bisogno di agire sulla salute mentale dell’Onu del maggio 2020, “sostenere e rafforzare i servizi e i programmi di salute mentale deve essere una priorità per affrontare le attuali e future esigenze di salute mentale, e contribuire a prevenire un aumento delle malattie mentali in futuro. La risposta alla pandemia è un’opportunità per migliorare le dimensioni e il rapporto costi-benefici dei vari interventi di salute mentale”.

Benché la Lancet Commission on global mental health dell’ottobre 2018 raccomandi un incremento del finanziamento per la salute mentale superiore al dieci per cento del budget totale di salute nei paesi ad alto reddito, l’Atlante salute mentale del 2020 ha riscontrato la relativa percentuale europea pari al 3,6% pro capite.

L’autorevolezza del documento della Lancet Commission e di altri contributi internazionali, come ad esempio il Mental health action plan 2013 dell’Oms, invece, non è sfuggita a livello locale, tant’è che, sulla scorta di tali studi, l’Istituzione Gian Franco Minguzzi ha elaborato Una certa idea di Salute Mentale per la politica socio-sanitaria di Bologna, discutendo una base programmatica di azioni locali rivolte alla geografia del suo dolore sociale in relazione a cinque determinanti sociali.

Sicché è un vero peccato che il macro-obiettivo n°5 del Piano triennale di attività 2022-24 dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) miri a qualificare l’istituto “organizzazione aperta” a tanti soggetti – di livello internazionale, nazionale e regionale – ma non agli enti territoriali minori. Appena lo scorso luglio il Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Iss, in occasione del seminario del Fondo di beneficenza di Intesa SanPaolo dedicato a Pandemia Covid-19 e salute mentale in Italia, ha invitato a potenziare i servizi di salute mentale con misure strutturali e non emergenziali.

E’ quantomeno noto infatti dal 6 maggio 2020 – data del Rapporto Iss Covid-19 n° 23/2020 – che:

Studi condotti sull’impatto psicologico dell’epidemia di Sars nel 2003 (“solo” 8 mila casi riportati e 774 decessi nel mondo) hanno mostrato un aumento del 30% dei suicidi nelle persone con età superiore a 65 anni; hanno inoltre mostrato che nei pazienti guariti dall’infezione, uno su due aveva sviluppato un disturbo d’ansia. Sono stati anche osservati problemi di salute mentale, che includevano grave preoccupazione, disturbo post-traumatico da stress, depressione, sintomi somatici e insonnia nel 77.4% degli operatori sanitari che avevano curato i pazienti durante l’epidemia di Sars. Diversi studi hanno evidenziato come in caso di eventi epidemici straordinari è verosimile attendersi un aumento nella popolazione di sintomi ansiosi, perlopiù legati a risposte disadattative di fronteggiamento (coping) dello stress, e un aumento del rischio di sviluppare sintomi depressivi e comportamenti auto ed etero-aggressivi fino a condotte suicidarie.

Nonostante ciò, lo scorso 29 dicembre, in tema di protezione sociale per i servizi di salute mentale, nella legge di bilancio è mancata una programmazione pubblica del Parlamento, che pare essersi dimenticato dell’ormai celebre motto “fidati della scienza”.

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