El pueblo unido jamas serà vencido. Avete presente questo slogan? È risuonato anche in questa vigilia pre-elettorale, nelle manifestazioni per Boric. A pensarci bene, è vero, il popolo unito non sarà mai sconfitto. Il problema è che il popolo non è mai unito, o perlomeno lo è assai raramente. Questa la mia riflessione o battuta della vigilia della decisiva sfida tra sinistra e destra in Cile. El pueblo jamas serà unido.

Se guardiamo a tutto il Cile – che comprende gli huasos oltre ai ciclisti genderfluid metropolitani, che comprende i piccoli o grandi affaristi di ogni genere oltre ai lavoratori sindacalizzati, i venezuelani anticomunisti aventi diritto al voto e le ragazze “tutte per Boric” – insomma se guardiamo a tutto ciò, mi sembra ancora incredibile o strano che la maggioranza voti per il ragazzo idealista di sinistra, ma anche che la maggioranza voti per il tedesco incravattato che ringrazia sempre Dio. E difatti in ognuno dei due casi non sarà una maggioranza assoluta ma relativa.

Ci sono ovviamente tutte le specifiche condizioni cilene del caso, ma il fenomeno del terzo candidato, l’anomalo qualunquista Franco Parisi, si è piuttosto svuotato in questa seconda campagna elettorale per il ballottaggio e alla fine gli elementi e gli ingredienti che abbiamo sono quelli di uno scontro emblematico di una società occidentale del secondo mondo. Un Trump più beneducato, un Olaf Scholtz più giovane ed espressivo. Ciò non toglie che per molti cileni, per tutti quelli che hanno vissuto in qualche misura delle esperienze di conflitti sociali e politici, l’ansia e la emozione siano molto alte. Ho citato Trump e Scholtz (forse potevo dire Biden, ma sarebbe nonno a Boric) nel senso dei programmi. Ma con alle spalle non dico la dittatura (terminata 33 anni fa) ma le lotte sociali, gli scontri di piazza, l’estallido del secondo decennio di questo secolo, l’immaginario di ambo le parti si colora di problemi di ordine pubblico. Anche se la campagna elettorale si è conclusa con un bilancio totale di incidenti minimi.

Non seguo tanto le reti sociali ma è lì che la campagna continua anche nelle ultime ore. È uscita la notizia che i riferimenti Twitter a Boric hanno sopravanzato quelli a Kast, mentre non era stato così nel primo turno. Indubbiamente la campagna, soprattutto quella televisiva di Boric è stata molto bella, improntata alla capacità di leggere problemi e difficoltà della gente (delle diverse genti) e di promuovere l’ottimismo del cambiamento. Ma osservando questi andamenti mi viene sempre più in mente un interrogativo. Quanto delle alterne fortune elettorali dipende dalle capacità politico comunicative dei leader? E quanto invece dipende da dinamiche sociali, e soprattutto di psicologia sociale, difficili da indirizzare deliberatamente?

L’ondata dell’estallido sembrava inarrestabile, nonostante le violenze la destra scompariva, e invece dopo quasi due anni si è messa a soffiare una reazione come quella di un pendolo, che ha portato un ultradestro come Kast in testa al primo turno. Neanche lui se lo aspettava, tanto che a proposito della necessità di rivedere il programma ha detto pressappoco “scusate non pensavo di dover presentare al primo turno un programma di governo”.

Ora sembra essere in atto una contro-contro-reazione, che ha riempito le piazze e i tweet di Boric. “La historia es nuestra y las hacen los pueblos” disse Allende nel suo ultimo discorso. È vero, ma in che senso?

Scusate lo sfogo. Forse il sole abbagliante di Santiago e l’ansia dell’attesa dei risultati di domenica sera fanno volare i pensieri.

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