Nel nome del padre, del figlio, della famiglia Gucci”. Dentro questo segno della croce blasfemo – già frase iconica – si racchiude perfettamente tutto il cattivo gusto di House of Gucci, l’attesissimo film di Ridley Scott sull’omicidio di Maurizio Gucci. È una Lady Gaga magnificamente a suo agio nei panni di Patrizia Reggiani a pronunciare queste parole, intrise di brama di potere, lusso, superbia, vanità ed efferatezza. La pellicola più attesa dell’anno, quella che ha già fatto schizzare vertiginosamente le vendite della Maison, scatenando la ricerca di pezzi Gucci nei circuiti del vintage, è un capolavoro grandioso di grottesco. Il trionfo del kitsch che si fa chic. Un’apoteosi del cafonal con degenerazioni nel trash che potrebbe quasi risultare sublime, se non fosse per quel mix di cliché accuratamente piazzati qua e là a ricordarci che idea di noi italiani hanno dall’altra parte dell’Oceano. E per l’accanimento sostanzialmente gratuito nei confronti della famiglia Gucci.

Tutto ruota intorno a lei, Lady Gaga-Gucci, femme fatale catalizzatrice di energie propulsive: la sua interpretazione è da Oscar, senza alcun dubbio. Degna di una consumata diva hollywoodiana. È lei il centro di ogni scena, anche nei pochi casi in cui non è direttamente presente: Scott le ha cucito addosso questo film, adulandola come si fa con le vere star. Catalizza ogni attenzione: la sua fusione con Patrizia Reggiani è totale, non solo per la somiglianza notevole ma soprattutto nell’atteggiamento volgare e sprezzante. D’altra parte, Lady Gaga è una donna abbastanza astuta e consapevole di sé da aver saputo commutare a tempo debito la sua carriera da cantante per quella da attrice. Il suo personaggio rasenta quello di un’eroina delle tragedie greche, che impazzisce per amore e cova nell’animo rancore e gelosia, fino ad organizzare l’omicidio. Tra l’altro, proprio questa scena è un cult, con lei e Salma Hayek nei panni della cartomante Pina Auriemma che ordiscono l’assassinio mentre si spalmano a vicenda i fanghi in una spa. Tanto che alla fine il regista ci spinge a provare quasi compassione per questa donna, mostrandoci un Maurizio Gucci che, resosi conto di esser stato fatto fuori dal suo braccio destro Domenico De Sole, si trova costretto ad ammettere a sé stesso che “Patrizia aveva ragione”. Quella stessa Patrizia condannata – ricordiamolo – a 26 anni di cui 17 trascorsi in carcere come mandante dell’omicidio del marito.

Ad uscirne martoriata, dicevamo, è proprio la famiglia Gucci, ritratta in modo veramente impietoso. “Non sapevo di aver sposato un mostro”, dice in lacrime una Lady Gaga/Patrizia Reggiani al marito Maurizio/Adam Driver in una delle scene cult. “No. Hai sposato un Gucci”, ribatte lui lapidario. Nessun accenno alla storia della casa di moda fiorentina, spicca solo la magniloquenza di Aldo Gucci/Al Pacino, ritratto qui come un italoamericano tronfio, donnaiolo nonostante il progressivo disfacimento fisico, impegnato nel suo duplice ruolo di capofamiglia e capo dell’azienda, accompagnato da continue allusioni sui suoi modi di fare stereotipati in chiave pseudo mafiosa. Commovente e al contempo comico l’abbraccio finale con il figlio Paolo, il genio pazzo, l’incompreso, tradito e traditore, interpretato da un Jared Leto irriconoscibile nell’isteria di quest’uomo ostracizzato dalla famiglia. “Posso finalmente volare, come un piccione” e “Non confondere mai la merda con il cioccolato” sono due delle frasi cult emblema dell’assurdità di questo personaggio, decisamente troppo immotivatamente fuori dalle righe, che al culmine della sua pazzia fa pipì sull’iconico foulard disegnato dallo zio Rodolfo. Non c’è quindi da stupirsi che la famiglia abbia subito preso le distanze, dicendosi pronta a procedere per vie legali. In una dichiarazione rilasciata all’Ansa, gli eredi Gucci hanno sottolineato che il film di Ridley Scott li descrive come “teppisti, ignoranti e insensibili al mondo che li circonda, attribuendo ai protagonisti e agli eventi un tono e un atteggiamento che non sono mai appartenuti a loro”. Anche perché, come se non bastasse, la conclusione decisamente esplicita a cui giunge il film è che se Gucci è dove è oggi, lo si deve solo al fatto che la famiglia è stata completamente estromessa dalla sua gestione, cosa che Scott ha voluto mettere ben in evidenza nei titoli di coda, dando ulteriore smalto al brand.

Insomma, House of Gucci è un pasticcio in salsa americana, un film pensato per far parlare di sé al punto da mettere in secondo piano, senza troppe remore, la verità dei fatti di cronaca. Oltre alle tante, troppe, forzature sceniche, da villa Necchi Campiglio come residenza della famiglia Gucci all’obbrobrio dell’omicidio di Maurizio Gucci, ucciso con tre colpi di pistola sul portone di casa in via Palestro, il 27 marzo del 1995, da Benedetto Ceraulo, e qui invece rappresentato a Roma, in tutt’altro contesto, solo perché quel giorno nel capoluogo meneghino era prevista pioggia e Scott non voleva complicazioni durante le riprese. Per non parlare della scena con cui si apre il film, con la Germanotta in versione pin-up che sculetta sui tacchi tra i camionisti dell’azienda del padre e, a seguire, intorta per bene Maurizio Gucci non appena lo sente pronunciare il suo cognome. La debolezza, quasi pochezza, di quel ragazzo un po’ goffo stride fin troppo con la furbizia di lei, astuta ragazzotta di provincia, arrivista e calcolatrice, capace di stare in cesta per poi tirare fuori gli artigli al momento opportuno, che non si fa scrupoli a usare l’arma della seduzione per ottenere quello che vuole. Il tutto sapientemente accentuato dagli straordinari costumi di Janty Yates, anche questi degni quantomeno di una nomination all’Oscar. Patrizia inizia il film sbattendo le palpebre pudicamente in trench, vestiti a pois e foulard a col passare del tempo e il procedere della storia, i suoi capelli iniziano a gonfiarsi, le pellicce prendono il posto del trench e il suo corpo si ricopre di cascate d’oro e diamanti sempre più vistosi, firmati Bulgari, proprio come li amava la “vera” signora Reggiani. E poi c’è la colonna sonora, che amplifica ulteriormente il senso di grottesco. Ci sarebbe ancora tanto altro da dire su questo House of Gucci, ma nulla che non si possa sintetizzare con le parole di Tom Ford. “L’ho trovato come la soap opera Dynasty, per sottigliezza. Ho spesso riso a crepapelle, ma non dovevo forse farlo? Nella realtà questa storia è a volte assurda, ma pur sempre tragica”.

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