Vivendi valuterà “con apertura l’ipotesi di un controllo statale della rete, se fosse propedeutico a un progetto strategico a guida istituzionale“. Un portavoce fa sapere a Repubblica che il gruppo francese a cui fa capo il 23,8% di Tim “è interessato a qualsiasi soluzione che promuova l’efficienza e la modernità della rete, preservando il valore del proprio investimento”. Nei giorni scorsi i vertici hanno incontrato quelli della società pubblica Cassa depositi e prestiti, a sua volta socio al 9,8% di Tim, per discutere sulle prospettive dell’azienda e sull’offerta informale, amichevole e non vincolante del fondo americano Kkr, che punta al 51% della società e a ritirare il titolo dal mercato. Offerta che non sarebbe ritenuta soddisfacente.

“L’ipotesi di un controllo statale della rete, se fosse propedeutico a un progetto strategico a guida istituzionale, verrà certamente valutata con apertura”, annuncia Vivendi facendo capire dunque la disponibilità a fare un passo indietro dall’asset principale del gruppo, cioè la sua infrastruttura di rete, considerata strategica dal governo. “La priorità di tutti gli stakeholders di Tim è tornare a rivedere la società al centro delle strategie di sviluppo ed innovazione e protagonista, con le proprie migliori risorse, sul mercato delle telecomunicazioni. Si tratta di coniugare i necessari percorsi di innovazione tecnologica per il Paese con la valorizzazione delle risorse ed il rilancio di uno dei più rilevanti gruppi italiani”.

In questa ottica il gruppo francese non ostacolerebbe la creazione di una rete unica che potrebbe nascere dalla fusione tra Tim e Open Fiber, società concorrente controllata al 60% da Cdp. Ma sul progetto, sponsorizzato dal precedente governo, pesano le perplessità della Ue e i dubbi del ministro della Transizione digitale Vittorio Colao, mentre il titolare del Mise Giancarlo Giorgetti è favorevole perlomeno a sinergie tra i due player come ricorda il Messaggero.

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