Archiviate le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, la coppia di ‘nonni’ attivi a Trieste e al confine con la Slovenia. Decisivo il passaggio dal tribunale di Trieste a quello di Bologna dell’inchiesta scoppiata nel 2019 dopo l’irruzione della polizia nella casa dei due pensionati triestini a caccia di prove della loro presunta attività di smugglers, termine con cui si indicano i trafficanti di uomini tra i Balcani e l’Italia.

Inizialmente il fascicolo d’indagine era stato aperto solo nei confronti di Franchi, 85 anni, sospettato addirittura di far parte di una cellula criminale di passeur che avrebbe agevolato l’ingresso in Italia, a Trieste, di gruppi di cosiddetti ‘clandestini’ in viaggio lungo la rotta balcanica. Paradossalmente la svolta del caso è stata quando anche la moglie, Lorena Fornasir, è stata coinvolta nelle indagini. Il suo ruolo di giudice onorario presso il tribunale dei minori di Trieste, e dunque presente nei ranghi della magistratura della città, ha fatto sì che l’inchiesta fosse spostata a Bologna per competenza: “Il tribunale e il giudice per le indagini preliminari di Bologna hanno semplicemente letto le carte dell’inchiesta ed emesso l’archiviazione senza leggervi dietro alcuna intenzione politica”, racconta al Fatto.it Lorena Fornasir dopo l’esito favorevole dell’indagine. “Non c’erano prove nelle carte della nostra connivenza con attività criminali, come invece pensava la procura di Trieste. Confermo, quell’accusa nei nostri confronti e nei confronti di Linea d’Ombra, l’ong che abbiamo attivato da anni, era basata esclusivamente su basi politiche. L’aria generale nei confronti dei migranti e di Linea d’Ombra è pesante a Trieste, tra organi inquirenti e amministrazione comunale. Qui si usa il termine ‘riammissioni’ mentre si dovrebbe chiaramente parlare di ‘deportazioni’. Andare avanti dopo l’archiviazione? In realtà noi non ci siamo mai fermati in questi anni, neppure un giorno, ma è chiaro che la sentenza favorevole ci dia maggior impulso. Giustizia è fatta”.

Franchi e Fornasir ogni giorno incontrano i migranti in difficoltà a Trieste in una piazza centrale della città fornendo loro aiuto concreto dopo viaggi allucinanti attraverso l’ex Jugoslavia. Toccante il particolare della cura dei piedi dei migranti, piagati dopo aver camminato nel fango e nel gelo con le scarpe rotte: “Non siamo Samaritani come ci chiamano molti, quel termine non ci piace e facciamo fatica ad accettarlo”, aggiunge Lorena Fornasir. Siamo soltanto due persone che si sentono in dovere di dare una mano a chi viene considerato meno di zero. Garantire loro almeno i diritti basilari, quello di essere considerati delle persone a tutti gli effetti e non bersagli dei decreti razzisti che l’Italia ha promulgato in passato. Noi vogliamo solo che sia riconosciuto il loro diritto alla vita, come accade per tutti noi”.

Quando non sono a Trieste Franchi e Fornasir operano nei cosiddetti centri di accoglienza per i migranti al confine tra Bosnia e Croazia: “Lì è il vero inferno, a tre ore dalla nostra società civile. Negli anni abbiamo visto cose allucinanti e per questo periodicamente torniamo lì per aiutare le persone con atti concreti, portando soldi a loro e anche alla società civile dell’area: dal piccolo negoziante ai residenti. Una sorta di tentativo di saldare i rapporti tra la cittadinanza locale e gli stranieri spesso visti come un problema. Tra un mese esatto ripartiremo per la Bosnia (nella provincia di Bihac, nell’area di Velika Kladusa, al confine con la Croazia, una terra martoriata dalla guerra negli anni ’90, ndr) e passeremo lì tutto il periodo del Natale. Lì la gente non ha nulla da festeggiare. Non andremo al confine tra Polonia e Bielorussia, a noi non piace stare sotto i riflettori mediatici. Vedrà, tra poco tutti se ne dimenticheranno”.

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