Un patto di tutti i leader con il premier Mario Draghi per blindare la manovra, subito dopo si potrà cominciare a parlare dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Intervistato dalla Stampa, il segretario del Pd Enrico Letta chiede “un’assunzione di responsabilità” a tutti i partiti della maggioranza, di fronte a decisioni da prendere attese da milioni di cittadini, come quella sulle pensioni. La coesione attorno a Draghi si sta sfilacciando e la discussione della legge di Bilancio al Senato è il terreno perfetto per esacerbare gli animi. Un gioco al rialzo che rischia si sfuggire di mano, è il ragionamento di Letta, che quindi lancia il suo appello: “Ognuno rinunci alla sua bandiera per un risultato condiviso da tutti”. Nel pomeriggio arriva la risposta di Antonio Tajani: il coordinatore di Forza Italia, sentito dall’Ansa, chiarisce subito che “Silvio Berlusconi è favorevole e io con lui”. Poco dopo anche fonti della Lega fanno sapere alle agenzie di stampa che Matteo Salvini “ribadisce la piena disponibilità a collaborare, come già aveva proposto il 13 ottobre al presidente Draghi”.

Anche il M5s manda segnali di distensione, in particolare con le parole del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che partecipando al 25esimo Congresso di Confimprese Italia chiede di evitare il totonomi per il Quirinale e “proteggere” in questa fase il presidente del Consiglio: “Ora che stiamo per approvare la legge di Bilancio, se si dà al Parlamento il segnale sbagliato, rischiamo di compromettere il lavoro sulla manovra. Draghi ha tutto il nostro sostegno, lo dico sia come forza politica sia come uno dei rappresentanti dei ministri di questo governo”. I dubbi riguardo a una possibile coesione riguardano però la Lega e anche Italia Viva: “Con il nome ‘Matteo‘ abbiamo un problema di stabilità in generale”, sottolinea Di Maio. Con Renzi e Salvini, aggiunge, “la fiducia è venuta meno“. Il ministro sul Quirinale non deve i renziani come determinanti: “Hanno 40 parlamentari, ma c’è un gruppo Misto in Italia che ha 100-200 parlamentari“.

Salvini invece prova a intestarsi la paternità dell’idea lanciata oggi da Letta: dal Carroccio dicono che già un mese fa a Palazzo Chigi “il leader della Lega aveva suggerito un tavolo con tutti i segretari dei partiti della maggioranza per sminare il più possibile il cammino del governo ed evitare inutili muro contro muro come quello voluto da Pd e 5Stelle sul ddl Zan”. Salvini quindi predica distensione, ma intanto punzecchia gli avversari e rilancia modifiche alla manovra in chiave leghista: “In particolare, il partito insiste sulla modifica del reddito di cittadinanza per eliminare gli sprechi e gli abusi e destinare più risorse per taglio delle tasse e sostegno alle persone con disabilità”, si legge in una nota del Carroccio.

L’intervista del segretario Pd
“Vedo uno sfilacciamento in corso che temo moltissimo, perché in questo momento c’è bisogno dell’opposto”, ammette Letta alla Stampa. Quindi lancia la sua proposta: “Un’assunzione di responsabilità delle forze politiche a sostegno di Draghi. Un patto tra i partiti che sostengono questo governo. Propongo – dice Letta – un incontro di tutti i leader della maggioranza con il premier perché questo accordo sia formalizzato: blindiamo la manovra e gli aggiustamenti necessari che concorderemo insieme in Parlamento”. Secondo Letta, infatti, “immaginare che sulla prima manovra di questo governo ci possa essere un Vietnam parlamentare non è accettabile”.

Alla domanda se questo patto possa essere anche in chiave Quirinale, il leader del Pd spiega: “Quello è il secondo tempo. Se non si spostano a dopo l’approvazione della manovra le giuste e legittime discussioni che dobbiamo fare sulla migliore soluzione per il Colle ne andrà di mezzo la legge di bilancio e saliranno le tensioni nel Paese. Le strategie sul prossimo presidente non possono interferire su decisioni che milioni di cittadini attendono, come quelle sulle pensioni”. “Altrimenti finiremo per alimentare l’idea che la politica è diventata l’ostacolo. E poi alle elezioni dovremo andarci noi”, conclude Letta.

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