Anni fa, fui invitato dalla segreteria del presidente della regione Toscana alla presentazione di una nuova auto a idrogeno. Era il tempo in cui il libro di Rifkin Economia Basata sull’Idrogeno furoreggiava e io passavo per uno degli esperti italiani nel campo. In effetti, qualcosina ne sapevo avendo lavorato per anni a Berkeley sulle pile a combustibile.

Quel giorno, una bisarca scaricò la macchina meravigliosa nel cortile del palazzo della regione. Diciamo che non era esattamente quello che mi aspettavo: una macchina a idrogeno ha senso solo se usa una pila a combustibile per azionare un motore elettrico, altrimenti l’inefficienza del motore termico rende tutta l’impresa senza senso. Ma questa macchina non usava pile a combustibile. Era una Fiat Multipla con due bombole piazzate sotto il pianale che mandavano idrogeno direttamente al carburatore ad azionare il normale motore. Me la fecero provare. Andava a balzi e sussulti come un cammello ubriaco. Apparentemente, il carburatore non gradiva il nuovo carburante, o perlomeno non era regolato bene.

Arrivò il presidente, il quale chiaramente non aveva la minima idea di cosa si volesse da lui. Si mise al volante per essere fotografato, dopodiché se ne tornò nel suo ufficio mentre la macchina veniva portata via. Il giorno dopo, sui giornali locali si parlava della macchina a idrogeno del futuro, orgoglio della creatività toscana.

Da allora, di quella multipla a idrogeno non ne ho saputo più nulla, immagino che sia rimasta un altro esempio delle centinaia, o forse migliaia, di prototipi di veicoli stradali a idrogeno che sono stati costruiti e poi messi da parte negli ultimi trent’anni, perlomeno. Se li mettessimo tutti in fila, probabilmente farebbero qualcosa lungo come la muraglia cinese, visibile persino dallo spazio.

Questa vicenda me la ricordo perché fu uno dei fattori che mi fecero diventare uno “scettico” dell’idrogeno, da fautore che ero stato prima. Che senso aveva dare tanta importanza a un aggeggio insensato, come lo era quella vecchia Multipla? Era la parola “idrogeno” che negli anni ha acquisito un valore magico che perdura ancora adesso.

Di auto a idrogeno si cominciò a parlare negli anni 1960, quando la Nasa sviluppò delle pile a combustibile per le capsule Gemini. Con l’entusiasmo dell’epoca per le tecnologie “spaziali” si cominciò a pensare che le stesse pile si potessero usare anche sulla terra. Ma le pile della Gemini avevano bisogno di essere alimentate con idrogeno e ossigeno puri. Nello spazio, si poteva fare. Anzi, le pile producevano acqua che poi gli astronauti potevano bere. Ma un’automobile che si portasse dietro idrogeno e ossigeno puro era una piccola astronave. A quel punto, tanto valeva metterci dei retrorazzi e mandarla in orbita. Non era una cosa pratica.

Tuttavia, l’idea è rimasta popolare. Per molti anni si è cercato di sviluppare una pila a combustibile che potesse funzionare sulla terra, che non fosse costosa e che durasse a lungo. Si sono fatti progressi, certamente, ma queste pile rimangono costose anche perché richiedono platino per funzionare. Cosa che, incidentalmente, rende improponibile costruirle in numeri sufficienti per rimpiazzare l’attuale parco veicoli. Non c’è abbastanza platino minerale sulla Terra per poterlo fare.

Ci sono poi un sacco di altri problemi con l’auto a idrogeno: l’ingombro e il peso delle bombole, l’assenza di un’infrastruttura di ricarica, tutti i problemi di sicurezza associati a un gas infiammabile ad alta pressione. Certo, la Toyota Mirai di oggi è sicuramente una macchina migliore della Multipla di cui vi parlavo prime. Ma costa come una Tesla, o anche di più, ha meno spazio all’interno, e non ha nemmeno un’autonomia superiore. L’unico vantaggio è che, in teoria, si ricarica più velocemente. Ovviamente, questo è possibile solo se trovate una stazione di rifornimento di idrogeno e, al momento, mi risulta che in Italia ce ne siano 6 (sei) in tutto! Tanto per fare un confronto, in Italia ci sono oggi 25 mila colonnine di ricarica per veicoli elettrici a batteria, per non parlare della possibilità di caricare da una spina di casa propria – cosa che con l’idrogeno è impossibile.

Insomma, l’auto a idrogeno è una di quelle “tecnologie del futuro” che sono destinate a rimanere tali per un bel pezzo, e forse per sempre. Ha il fascino del futuribile, ma poco più. E’ un po’ come l’automobile atomica che la Ford propose negli anni 1950, o altre stramberie che non hanno mai funzionato, tipo l’auto ad aria compressa. Invece, abbiamo una tecnologia che funziona, che è pratica, e che risolve tanti problemi. È l’auto elettrica a batterie che ci permette di fare qualcosa di concreto per liberarci dai combustibili fossili. E allora, usiamola!

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