C’è chi ha sempre sostenuto che si sarebbe chiamato Paolo VII. Un nome scelto in omaggio al cardinale Giovanni Battista Montini che, nel 1963, fu eletto alla cattedra di san Pietro da quella dei santi Ambrogio e Carlo. Eppure, se tutto era pronto, come hanno sempre sostenuto i suoi critici più accesi, dentro più che fuori il Collegio cardinalizio, nel conclave del 2013 per Angelo Scola si realizzò ciò che insegna una celebre massima curiale: entrò Papa nella Cappella Sistina per uscirne cardinale e tornare mestamente a Milano. Lì dove nel 2011, con una mossa assai azzardata e a dir poco irrituale, lo aveva inviato il suo storico amico divenuto Papa, Benedetto XVI. Ratzinger, in una manovra che fu fortemente sostenuta dai vertici di Comunione e liberazione di cui Scola fa parte, trasferì il porporato dal prestigioso patriarcato di Venezia, affidatogli nel 2002 da san Giovanni Paolo II, alla guida della diocesi più grande d’Europa. Due sedi che nel Novecento hanno dato cinque Pontefici alla Chiesa.

Un trasferimento apparso agli osservatori fin da subito molto forzato e avvenuto soltanto un anno e mezzo prima delle dimissioni di Benedetto XVI e del successivo conclave. Sicuramente un segnale molto eloquente di predilezione da parte del Papa tedesco. Da qui, la notevole esposizione mediatica, alimentata da Scola e dal suo staff in modo decisamente autolesionistico, durante i giorni seguenti l’annuncio choc della rinuncia di Ratzinger. Ora che il porporato, nato a Malgrate, in provincia di Lecco, il 7 novembre 1941, ha compiuto 80 anni, perdendo il diritto di voto in un eventuale conclave, la sua mancata ascesa al trono papale rappresenta l’epilogo della sua carriera ecclesiastica. Anche perché Scola, sconfitto nella Cappella Sistina dal cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, è tornato più volte su questo argomento.

Certamente, se fosse stato eletto nel 2013, non avrebbe commissariato, come, invece, ha fatto Francesco, i consacrati di Comunione e liberazione, i Memores Domini, di cui fanno parte anche Roberto Formigoni e le quattro donne che assistono il Papa emerito nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Né avrebbe mai avuto con i membri del suo movimento i toni sferzanti di Bergoglio: “Uscire significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una ‘spiritualità di etichetta’: ‘Io sono Cl’. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una Ong”. La continuità tra Benedetto XVI e Scola si sarebbe manifestata ovviamente anche nei confronti di Comunione e liberazione. Era stato proprio l’allora cardinale Ratzinger, poche settimane prima di diventare Papa, il 24 febbraio 2005, a celebrare nel duomo di Milano i funerali del fondatore di Cl, don Luigi Giussani. Ed era stato il suo successore alla guida del movimento, don Julián Carrón, a spendersi con Benedetto XVI per il trasferimento di Scola da Venezia a Milano proprio in vista del papato.

Non c’è dubbio che, dopo l’elezione di Bergoglio, la parabola del porporato ambrosiano si sia conclusa rapidamente, come lui stesso ha ammesso. In principio fu la Conferenza episcopale italiana, a fumata bianca appena avvenuta, a inviare un improvvido, per usare un eufemismo, messaggio di auguri a “Papa Scola” a firma dell’allora segretario generale, monsignor Mariano Crociata. La certificazione, seppure fuori dalla Cappella Sistina, che, al di là dell’esposizione mediatica, le gerarchie ecclesiastiche, soprattutto in Italia, erano certe che il cardinale ciellino sarebbe stato il naturale successore del dimissionario Benedetto XVI. “Mi è stato detto – ha commentato successivamente Scola – che qualcuno per la fretta deve aver cliccato sul comunicato sbagliato tra quelli che erano stati preparati in precedenza con i nomi e i profili di una decina di candidati. All’Ufficio comunicazioni della Cei, a quanto pare, avevano preso sul serio quel che scrivevano i giornali e così anch’io figuravo tra i papabili. Molti mi hanno telefonato dicendo che era uno scandalo e che sarei dovuto intervenire per protestare e chiedere le dimissioni del responsabile. Sarà che io, contrariamente a quel che sembra, sono un po’ ingenuo ma non ho dato gran peso alla vicenda. Di fronte alla smentita oggettiva mi sembrava inutile protestare per una stupidaggine compiuta da un addetto stampa. Avrei solo aggiunto il patetico al ridicolo”.

Effettivamente, però, Scola era partito in testa all’inizio del conclave del 2013. Soltanto la mattina del secondo giorno delle votazioni, il 13 marzo, il porporato ambrosiano era stato superato da Bergoglio. “Non ho mai creduto – ha affermato Scola – alla possibilità di diventare Papa. E quindi non ho sofferto per questo motivo. Devo ammettere però che, sulla base di quel che hanno scritto i giornali, io ho subìto una certa emarginazione. Dopo il conclave sono stato considerato l’avversario che ha perso la sfida con Bergoglio, il cardinale nostalgico dei Papi precedenti, l’uomo del passato. E questo ovviamente non mi ha fatto piacere”. Il porporato ha rivelato, inoltre, cosa disse ai suoi collaboratori prima di lasciare Milano per il conclave: “La rinuncia di Benedetto XVI è un fatto inedito nella storia della Chiesa degli ultimi secoli e preannuncia un nuovo Papa altrettanto inedito. E state tranquilli che non sarò io”. Parole profetiche.

Twitter: @FrancescoGrana

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