Luca Guadagnino dall’ “ego spaziale”. Giovanna Mezzogiorno che “se la vedo per strada cambio marciapiede”. Monica Bellucci che per farla recitare va “shakerata molto”. La telefonata imbarazzante a Sean Connery per chiedergli di accettare un taglio mostruoso al suo cachet. Madonna che s’incazza per un giudizio negativo al suo script. Tom Cruise che lo obbliga a mezz’ora di lezione su come si gioca a baseball nel giardino di casa. Steve Wonder che lo lascia al buio in salotto e se ne va a letto. La vita addosso – Io, il cinema e tutto il resto – Un’autobiografia scritto da Gabriele Muccino, con la collaborazione efficace da pungolo interrogativo del critico Gabriele Niola, è una valigia delle meraviglie sul mestiere del regista cinematografico e sull’aneddotica del fare cinema da assaporare e godere dalla prima all’ultima pagina.

Ordinato cronologicamente dal primo all’ultimo film girato da Muccino, da Ecco Fatto (1998) a Gli anni più belli (2020, anche versione serie tv), passando per L’ultimo bacio e La ricerca della felicità, il dialogo tra Muccino e Niola è libidinoso come un pacchetto magnum di pop corn nella multisala e allo stesso tempo sembra come riecheggiare il celebre volume Il cinema secondo Hitchcock, scritto da Francois Truffaut. Va bene, l’ho detta. Non tiro via di certo la mano. Come del resto il buon Gabriele non è Hitchcock. Eppure proprio quando la godereccia, sfavillante e terrificante aneddotica della vita hollywoodiana prende una pausa ecco i segreti di un lavoro artistico spiegato con quell’istinto autoriale (a proposito c’è anche la spiegazione del perché i personaggi di Muccino in scena hanno il fiatone), pur nel commerciale infinito (“un film che non viene visto è un film che non è esistito”) che firma il quadro in fondo a destra.

“Il ritmo dei miei attori viene dalla mia necessità freudiana di non annoiare. Io lo spettatore lo metto su un treno che va più veloce della sua capacità di annoiarsi”, spiega il Gabriele nazionale, tra i pochissimi dietro a Zalone, a non girare commedie e a far incassare denari come un tredici al Totocalcio per i produttori dei suoi film. “Il vero regista è quello che decide cosa in una scena tu debba vedere, quello che serve”, continua più avanti. E ancora: l’esatto film in testa sequenza per sequenza già prima di girare; l’utilizzo del piano sequenza per non farsi smembrare al montaggio il ritmo e il senso del film (c’è anche una mirabile spiegazione sulla differenza tra scavalcamento di campo e campo e controcampo da studiare a memoria); l’odio viscerale per il “doppiaggese”; i “disturbi (…) elementi che appunto disturbano la scena, creano uno stress” mentre i personaggi parlano, come ad esempio ne La ricerca della felicità il tizio che batte un tappeto mentre la protagonista parla; la sincerità dell’uomo che tiene famiglia (Baciami ancora? “L’ho fatto per soldi”). Così quando la lezione di regia, il furore, il fuoco sacro, un po’ si smorzano (se è tutta farina del sacco di Niola, bravo) ecco, appunto, il sugo che cola sulla pasta.

Hollywood e le sue pazzie. Muccino che le attraversa come un alieno. Amato, odiato, riamato, riosteggiato. Dalla “strategia della confusione” per convincere Amy Pascal della Columbia a fare il film con Will Smith ai fantozziani incontri con le star (in attacco ne abbiamo raccontate alcune, aggiungiamo il garbuglio di incomprensione linguistica che fa saltare il film con Al Pacino). Muccino spiega l’industria hollywoodiana come pochi suoi contemporanei. Terminologia tecnica a go-go, ma anche i segreti del marketing preventivo e una puntuale e cinica constatazione di ruoli e poteri che rendono la macchina del cinema più bello del mondo poco più che una seduta di Wall Street. Anche se alla fine, dopo aver assaporato la costruzione letteralmente dettaglio per dettaglio su come venne girato La ricerca della felicità, è il Muccino nostrano, quello che ancora fa metaforicamente a pugni con Pasolini e Scola, che ricorda come L’ultimo bacio dovesse intitolarsi Non sono pensieri carini (e per fortuna), che rievoca l’idea di avere come protagonisti Kim Rossi Stuart (che si infurierà parecchio con lui durante il set de Gli anni più belli) e Claudia Pandolfi (per fortuna di nuovo), a chiudere nuovamente il cerchio di una fratellanza mai nata: quella con i colleghi italiani. “Mi ferisce la piccolezza del cinema italiano”, aggiunge. “io mi sento migliore di molti miei colleghi. Ce ne sono pochi che ammiro e stimo”. Un livore che esplode quando nel 2006 La ricerca della felicità non riceve il David come miglior film straniero (vinse Babel): “Non posso che leggere in questo comportamento una forma di accanimento personale che ha l’odore dell’invidia”. The end. Titoli di coda. Rapidissimamente muccianini.

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