Era un sabato sera quel 4 novembre del 1961, la sera di un giorno di festa vigilia di una domenica all’interno di un lungo ponte, anche se ancora non si chiamavano così. Quasi alla fine di un anno particolare – fortemente segnato dalle celebrazioni del centenario dell’unità nazionale che avevano toccato l’ambito politico, quello culturale, la scuola e lo sport – arrivò la novità televisiva, il secondo programma con una prima serata interamente dedicata, tra prosa e documentari, alla prima guerra mondiale. Era una prova di maturità per un paese che a cent’anni dalla nascita celebrava i suoi successi economici e tecnologici e per una Rai tv che, dopo soli sette anni dalla nascita, si era affermata al punto da raddoppiare la sua presenza.

Raddoppiare forse è un verbo esagerato se si tiene conto del fatto che la rete di impianti consentiva di ricevere il segnale del “secondo” solo al 52% degli utenti, i quasi tre milioni di abbonati. Una percentuale destinata a crescere rapidamente negli anni successivi (già nel 1962 era il 70%). Anche la programmazione rimase limitata nei primi tempi con un migliaio di ore l’anno nel ’62 e nel ’63, corrispondenti a meno di un terzo delle ore di emissione del programma nazionale. L’idea di porre i due canali in concorrenza non sfiorava neppure la dirigenza Rai, al contrario la collaborazione era così forte che presto si inventò il triangolo, un segno grafico di forma triangolare che appariva sui teleschermi nel corso di ogni trasmissione nel momento in cui sull’altro canale cominciava un diverso programma.

Molto blanda fu la diversificazione sul versante dell’informazione quotidiana che visse proprio in quel periodo la disavventura delle dimissioni di Enzo Biagi dalla direzione del telegiornale assunta pochi mesi prima. Il Tg del secondo canale nelle prime stagioni non aveva neppure una collocazione fissa, spesso andava in onda nell’intervallo delle messe in scena del teatro.

Dove invece il “secondo” svolse una funzione importante fu sul piano culturale, come d’altronde lasciava presagire la nomina dei suoi primi direttori, intellettuali come Angelo Romanò o Pier Emilio Gennarini, esponenti di quell’area cattolica aperta al dialogo con la sinistra, “cattocomunisti” direbbe la sciocca semplificazione attuale. La nuova rete pubblica diede ampio spazio al teatro televisivo, dedicando alle trasposizioni di drammi e commedie una serata la settimana e allargò l’esperienza dello sceneggiato portando in tv nella serie Racconti italiani opere di autori italiani contemporanei come Buzzati, Arpino e Berto. Aprì a prodotti stranieri come il celeberrimo Belfagor il fantasma del Louvre e introdusse nuove tecniche di produzione come nel caso del Mastro don Gesualdo diretto nel 1964 da Giacomo Vicari, un enfant prodige della regia poi prematuramente scomparso, che girò tutto in pellicola realizzando quella che la critica giudicò unanimemente un capolavoro.

Ci furono sul “secondo” varie e intelligenti occasioni per la programmazione cinematografica, strutturata in cicli: memorabile quello dedicato ad Alberto Sordi nel corso del quale nel 1967 un film complesso e delicato per la classe politica come Una vita difficile risultò il film più visto dell’anno. Il nuovo canale fu anche luogo di sperimentazione di nuovi formati destinati a fasce di pubblico tiepide nei confronti dell’offerta televisiva come il mitico Per voi giovani di Renzo Arbore ma anche uno spazio per il rinnovamento dei generi tradizionali come il varietà o il quiz.

Accadde così che in quel laboratorio di moderata innovazione nacquero alcuni dei programmi più popolari e indimenticati della storia della tv italiana: Giochi senza frontiere e il Rischiatutto, proposto sul secondo canale nel febbraio del 1970 e poi trasferito sul nazionale dopo il suo clamoroso successo. A dimostrazione, se qualcuno ancora non l’avesse capito, che la vera cultura in televisione non consiste nella proposta di contenuti alti ma nella ricerca di qualità e di originalità linguistica in tutte le sue proposte.

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