Venerdì 22 ottobre, in un momento dei più musicalmente sublimi, l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta dal Maestro Marco Angius, al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme e all’interno della stagione concertistica Ama Calabria, già prodiga di memorabili momenti musicali (tra cui artisti quali Mischa Maisky, Shlomo Mintz, il duo Canino-Ballista e tanti altri), ha iniziato il suo concerto col più mascagnano dei pezzi di Gustav Mahler – concerto realizzato nell’ambito del progetto Circolazione Musicale in Italia promosso dal Cidim.

Il suo Adagietto per archi e arpa tratto dalla Sinfonia n. 5 in Do diesis minore, è quasi un intermezzo, un interludio nella copiosa e affollata produzione sinfonica del grande compositore boemo che, dolcemente, tra cromatismi appena accennati e sfumate dissonanze, morbidamente, leggermente, sale e scende, poi risale e ridiscende nella tragica felicità della vita.

Segue immediatamente dopo un brano che si inserisce perfettamente nell’oramai tradizionale repertorio della musica contemporanea, esperienze nel suono che certamente invitano l’ascoltatore ad altri ordini di percezione sonora, a una diversa attitudine di ascolto. Il pezzo si intitola Un guardare senza confini e, scritto dal compositore Alvise Zambon, nel 2021 si è aggiudicato il primo premio al Concorso di Composizione F. Agnello: quasi una fuga nel continuo rincorrersi dei pattern musicali che scivolano fra le varie sezioni di una strepitosa orchestra d’archi, che ottimamente interpreta pagine di grande fascino quali queste di Zambon.

Non mancano continue incursioni da ambiti musicali vari, disparati: sembra a momenti di ascoltare musiche di commento a una qualche raffinata pellicola del genere thriller, sembra quasi che Bernard Hermann torni a stupire e affascinare in mezzo al disturbo che il compositore ha deciso di affidare a interi pezzi orchestrali, in uno scontro dal riuscitissimo sapore contemporaneo.

Giunge infine Max Richter, il tedesco naturalizzato inglese che ha deciso nel 2012 di riscrivere Vivaldi affidando i temi più suggestivi delle sue Quattro Stagioni a una nuova scrittura accordale, facendole così rivivere in un sapore decisamente moderno: mentre i violini si spremono e si avvolgono nelle secolari melodie vivaldiane, gli archi gravi li abbracciano con fasce accordali drammaticamente belle e che in un crescendo continuo restituiscono la sua Primavera a un nuovo tipo di ascolto, di lettura, di percezione.

A condurre i giochi è il prestigioso violino di Anna Tifu, molto a suo agio con le pagine di una partitura decisamente esterna ed estranea ai più blasonati e praticati repertori classico-europei: rinunciando un pizzico al solito protagonismo solistico l’interprete principale si avvicina così all’intera compagine orchestrale, amalgamandocisi perfettamente.

È nell’Estate poi che l’edonismo di Richter si fa esplicito e che tutto il suo amore per Vivaldi emerge nella compiaciuta reiterazione ad libitum, ma con continui cambi armonici, di alcuni dei più celebri passaggi del suo tempo di mezzo: quel Presto e forte oramai divenuto colonna sonora di mille spot pubblicitari, film, documentari, suonerie e quant’altro. Da qui l’esigenza del compositore, così come ha dichiarato in diverse occasioni, di dare nuova vita a pagine fin troppo abusate e spesso in modo spregiudicato.

La riscrittura richteriana si spinge poi, sempre in seno alla sua nuova stagione estiva, finanche al collage dei pezzi più suggestivi, con improvvisi cambi di rotta e dunque disattendendo le aspettative di un pubblico, come ogni pubblico, fin troppo avvezzo e abituato agli oramai collaudati itinerari vivaldiani. Emergono così anche nuovi temi che il violino solista si fa carico di eseguire laddove all’orchestra spetta il compito di proseguire in più di un passaggio lungo il barocco sentiero del prete rosso veneziano.

Quello di Richter è un meraviglioso commento delle più celebri pagine vivaldiane, un suo personale racconto, onirico e irrazionale, fantastico e a tratti lancinante, sofferto, straziante: come nel celebre, amabile tema che caratterizza il Largo in Mi bemolle maggiore dell’Inverno e che il compositore tedesco-britannico sceglie di far interamente accompagnare, da cima a fondo, da un tappeto accordale appena appena percettibile, tutto giocato su silenziosi armonici che l’intera orchestra spettralmente stende attorno al violino solista. La lezione dei minimalisti e di Arvo Pärt è presente in diversi dei più cinematografici passaggi di questa rilettura: così rivive il genio, che in quanto tale può continuare a parlare e interagire con la modernità, di qualsiasi epoca essa sia.

Aggiornato da redazione web

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