Livorno, la città rossa, capitale delle divisioni a sinistra e culla del comunismo italiano almeno nella sua forma di partito. La città del ’21, del teatro Goldoni e del teatro SanMarco. Ma è anche la città dei Ciano, Costanzo e Galeazzo, il genero del Duce. In mezzo, il popolo: operai, navicellai, artigiani, portuali, barrocciai, tessitrici, cenciaiole, ma anche ladri, prostitute, disoccupati e disoccupate, sottoproletari e sottoproletarie. Livorno 1921 (4punte edizioni, 144 p., 15 euro), scritto da Olimpia Capitano, indaga sui fermenti di quell’anno che ha fatto da svolta per la Storia d’Italia. “Saper interrogare quei fermenti – è la missione dichiarata del libro in quarta di copertina – ci permette di ricostruire una memoria che – se non tutelata – può facilmente divenire oggetto di strumentalizzazione politica”. Capitano, storica contemporaneista, studiosa di storia politica italiana e global labour history, è collaboratrice de ilfattoquotidiano.it e di Rai Storia. Pubblichiamo qui un estratto del libro, in libreria dal 20 ottobre.

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In generale il passaggio dall’azione antifascista all’azione clandestina trovò a Livorno terreno fertile per i militanti comunisti, ma anche per chiunque si situasse nell’intreccio tra le diverse tradizioni rivoluzionarie di matrice repubblicana, anarchica e socialista e l’esperienza organizzativa degli Arditi del popolo, disegnando il tessuto sovversivo popolare labronico.

Anche dopo la marcia su Roma la normalizzazione dei rioni più o meno periferici apparve tutt’altro che semplice, tanto che più volte dovettero intervenire direttamente gli organi di Pubblica Sicurezza, il ministero dell’Interno e lo stesso Benito Mussolini, per esortare a monitorare la «piazza comunista», di grande importanza strategica, specialmente come polo portuale, dove circolava grande intensità di merci, ma anche «molto materiale propagandistico veniva introdotto grazie alla complicità del personale di bordo dei piroscafi e dei lavoratori portuali livornesi».

Per quanto il fascismo livornese cercasse di recuperare consenso anche tra ceti popolari e classi lavoratrici, fu relativa l’efficacia delle lunghe operazioni di allargamento della provincia e del porto, di edilizia popolare, di costruzione del nuovo ospedale. Al contempo le iniziative paternalistiche di iniziative come feste, spettacoli, gite a prezzi popolari non fecero presa sulla realtà popolana, come sottolineano rapporti di polizia in continuo riferimento al persistere di luoghi di aggregazione definiti come malfamati. Il relativo clima di protezione offerto da questo ambiente attrasse infatti a sé anche un discreto flusso di militanti provenienti da diverse zone toscane e in fuga dalle persecuzioni politiche.

Lo stesso spazio della socialità proletaria ne è piena testimonianza: osterie, caffè, negozi, divennero luoghi dove parlar male del fascio o premeditare azioni di propaganda e ritorsioni contro i fascisti. Qui si trovavano esponenti di famiglie antifasciste vicini a diverse appartenenze sovversive, legati da parentele, affetti e complicità che non rispondevano ad alcuna direttiva di partito. Qui, anziché Ejà Ejà… alàlà era Ejà Ejàbaccalà a risuonare.

Anche nelle fabbriche la resistenza proseguiva, così come si desume dal tutt’altro che unanime tesseramento al PNF e ai sindacati corporativi, nonostante le minacce e il ricatto d’occupazione. Rispetto a queste ultime va detto che crebbero a partire dal 1929, quando la campagna di tesseramento fascista si fece forte della crisi economica in atto. Tuttavia, è importare riflettere sulla sincerità dell’adesione e riportare quanto osservato da Franca Pieroni Bortolotti.

È proprio in questo momento, mentre la storia ufficiale registra il passaggio dei lavoratori alle corporazioni fasciste, che i rapporti riservati delle autorità e la stampa già semiclandestina dell’opposizione permettono di vedere profilarsi i segni della meditata e continuata resistenza del fronte operaio contro un nemico nei fatti vittorioso. Questo fronte operaio non si identifica naturalmente con quello di cui parlano le risoluzioni degli organi direttivi comunisti; piuttosto lo comprende, ma va oltre; vede schierarsi sostanzialmente dalla stessa parte comunisti, socialisti, anarchici e, a Livorno, anche molti militanti repubblicani, proprio mentre gli organi di partito si scagliavano reciprocamente le più impietose accuse.

Le azioni clandestine andarono aumentando negli anni Trenta, poiché dal gennaio 1933 le vertenze sui posti di lavoro divennero impraticabili ma continuarono a registrarsi singole proteste aziendali e frequente circolazione di materiali di propaganda.

Furono coinvolte fabbriche come Stagi Conti, Dinamotor, Vestrini e i cantieri navali, ma non solo. Oltre alle realtà operaie anche altre categorie si mobilitarono dai navicellai ai barrocciai, fino ai parrucchieri e ai lavoratori dell’arte bianca, con episodi occasionali di ribellione e circolazione di materiale di propaganda antifascista.

I canali della propaganda di fatto non tacquero mai. Nelle fabbriche, nei molti altri luoghi di lavoro, per le strade, nelle piazze e nelle case. Le bandiere furono un elemento simbolico importante, sia per la rivendicazione della propria militanza antifascista, sia come elemento di ossessione poliziesca nei confronti di qualsiasi espressione di dissenso. Tantissimi furono i vessilli confiscati e con il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato tra 1925 e 1926, furono esplicitamente vietati i simboli sovversivi:

È sempre considerata manifestazione sediziosa l’esposizione di bandiere o emblemi che sono simboli di sovversione sociale o di rivolta o vili- pendio verso lo Stato, il governo o le autorità. È manifestazione sediziosa anche l’esposizione di distintivi di associazioni sediziose.

Questo conflitto, che vide il verificarsi di numerose, segnalazioni e arresti, tuttavia, cambiò nel corso del tempo, come segnala Filippo Colombara:

Durante la prima metà degli anni Venti, preoccupazione degli anti- fascisti è l’occultamento dei vessilli proletari, per impedire la loro trasformazione in trofei di guerra in mano degli avversari. Trofei che di fronte alla popolazione sconfesserebbero il mito di inafferrabilità del drappo rosso, diventando la prova intangibile della sconfitta proletaria […] dalla prima metà degli anni Venti e per oltre un decennio le bandiere rosse si fanno beffa degli avversari, apparendo indomiti il giorno della Festa dei Lavoratori sulle alture che circondano i paesi, su qualche ciminiera, sui fili della luce o del tram.

Nondimeno continuò a circolare molta stampa clandestina che vide la diffusione di manifesti, opuscoli, volantini, giornali, stampati a livello locale – spesso con modesti strumenti di stampa artigianale per piccole tirature – nazionale e provenienti dall’estero. Tra i nomi di giornali più frequentemente segnalati in provincia di Livorno si possono riscontrare la Voce del profugo e Lotta anarchica, edite a Parigi; l’Unità, Gioventù comunista e Giustizia e libertà.

Un ruolo importante per la diffusione in tutta Italia di giornali antifascisti di diverso riferimento politico e provenienti dall’estero fu quello della cosiddetta banda di Ardenza, impegnata anche nella stampa clandestina di materiale anarchico e nella facilitazione degli espatri clandestini.

In città poi, le donne facevano impazzire i fascisti, fuoriuscendo dal disciplinamento sessista. Questo fu tanto più forte a Livorno, poiché oltre a far parte di un disegno generale di saldatura attorno al potere patriarcale e padronale, divenne dispositivo retorico fondamentale per costruire un fronte di consenso sindacale sul tema del furto del lavoro extradomestico da parte delle donne, a danno di disoccupati ed ex combattenti. Diverse furono le donne anarchiche, comuniste, socialiste (ma soprattutto popolane) schedate dai fascisti, ma anche la visione del Casellario politico centrale può fornire un quadro solo limitato dell’effettiva mobilitazione femminile – si pensi che «le centinaia di operaie che, in aperta ribellione alle leggi vigenti, ripetutamente entrarono in sciopero e dettero vita a clamorose proteste, rimangono, generalmente, senza nome e senza volto».

Vale la pena ricordare ulteriori episodi che incrinarono il falso clima di pacificazione tra le classi e i generi che il regime tentò di accreditare. Nella primavera del 1925, una lunga vertenza vide 400 operaie, aderenti al sindacato confederale di categoria (Federazione italiana operai tessili), contrapposte alla direzione della Manifattura toscana. Entrate in sciopero reclamando un aumento salariale del 10% – mentre i 70 colleghi maschi, meglio retribuiti, non aderirono – affrontarono a testa alta licenziamenti e convocazioni individuali in questura, pur se, dopo quattro mesi di lotta, ne uscirono sconfitte. Invece, nello stesso anno, ebbe esito positivo lo sciopero per aumenti salariali attuato dall’organizzazione delle impagliatrici di fiaschi, non iscritte ai sindacati fascisti, presso la vetreria Lemmi.

Emergono comunque con chiarezza – anche dagli archivi di polizia – il carattere esteso e collettivo di questo fenomeno di resistenza femminile durante l’intero arco del ventennio fascista e le complicità di genere, espresse attraverso canali propri. Dai canti antifascisti gridati dai balconi, magari sventolando i vessilli sovversivi – per cui risultano documentati più d’un arresto – ai passaparola sui luoghi di lavoro, ai frequentissimi scontri tra popolane e fascisti o uomini in divisa nello spazio normativamente femminilizzato del mercato. Queste tensioni si fecero sempre più intense e generalizzate nel corso della guerra, con la mancanza di viveri e l’aggravamento di condizioni di vita e di lavoro, fino a implicare vere e proprie sollevazioni popolari trainate dalle donne, che il questore segnalò al prefetto come «riottose e intemperanti».

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Immagine in alto – Piazza Vittorio Emanuele, oggi piazza dell’Unità d’Italia. E’ conservata alla Biblioteca Labronica F.D. Guerrazzi di Livorno e pubblicata su ToscanaNovecento, portale degli Istituti per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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