L’annuncio della vittoria del Premio Nobel per la letteratura Abdulrazak Gurnah dello scorso 7 ottobre deve far riflettere sull’importanza degli studi post-coloniali, ancora troppo poco diffusi nella penisola italiana. Il comitato del Premio Nobel ha così motivato la nomina dello scrittore “la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti”.

Anders Olsson, presidente del comitato del Nobel, dice che i romanzi di Gurnah “rifuggono dalle descrizioni stereotipate e aprono il nostro sguardo su un’Africa orientale culturalmente diversificata e sconosciuta a molti in altre parti del mondo”. Nei suoi 35 anni di attività lo scrittore ha raccontato la sua regione d’origine, l’Africa Orientale, ma ha anche portato a un pubblico internazionale le vicissitudini di chi come lui, è dovuto scappare dalla terra natia come rifugiato nel Regno Unito. Nel suo romanzo Pilgrims Way (1988), Gurnah racconta la storia di Daud, un immigrato in Gran Bretagna proveniente dalla Tanzania, inserviente a Canterbury negli anni Settanta, dove il protagonista subisce giornalmente attacchi razzisti. C’è molto di autobiografico in questa novella: lo scrittore è arrivato in Inghilterra negli anni Sessanta all’età di 18 anni, e ha studiato presso la Christ Church University e poi presso l’University of Kent a Canterbury, dove ha conseguito un dottorato e poi ha iniziato a insegnare come professore di inglese e letteratura post-coloniale fino al 2017.

Paradise (1994) è stato il suo romanzo determinante per la vittoria del Nobel, già nominato per il Booker Prize e il Whitbread Prize for Fiction. L’opera descrive il percorso di crescita di un ragazzo africano a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo, e racconta allo stesso tempo l’impatto negativo del colonialismo europeo nella società africana dell’epoca. Paradise “ha un ovvio riferimento a Joseph Conrad nella sua rappresentazione del viaggio del giovane eroe innocente Yusuf, nel cuore di tenebra” dice il presidente del comitato per il Nobel Olsson.

All’annuncio della sua nomina come vincitore del premio Nobel, nessuno dei suoi romanzi risultava acquistabile in italiano: la casa editrice Garzanti aveva tradotto tre dei suoi dieci romanzi (Il disertore, Paradiso e Sulla riva del Mare), i quali risultano fuori catalogo, poiché al momento Garzanti non detiene i diritti per la pubblicazione. Soprattutto di questi tempi in Italia, dove il razzismo e la marginalizzazione sono problemi di cui molti immigrati in Italia fanno esperienza, sarebbe necessario parlare di letteratura post-coloniale più diffusamente.

Si potrebbe anche partire dalla traduzione di romanzi di Gurnah, ma anche dando spazio agli autori e alle autrici italiane che raccontano le migrazioni e i processi di decolonizzazione, come per esempio Igiaba Scego, Djarah Kan, Tahar Lamri, Gabriella Ghermandi, Amara Lakhous e Cristina Ali Farah. Solamente così possiamo pensare di scardinare l’eurocentrismo nella letteratura nostrana.

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