Natalia Ginzburg è morta il 7 ottobre 1991, sono dunque passati trent’anni dalla sua morte. Se ne è andata dieci anni e due giorni dopo mio padre, che è morto il 5 ottobre del 1981. Direte: beh, che c’è di interessante? C’è che lui e Natalia Ginzburg si conoscevano bene e tra loro correva una simpatia di poche parole ma di profonda consonanza. Avevamo la casa accanto sul litorale laziale e gli ombrelloni vicini. Quando arrivavo al mare lei era già lì, seduta sulla sdraio, che fumava le Stop, nel suo costume nero castigato. Scendeva in spiaggia dopo aver fatto la spesa e impostato la cena per tutta la sua numerosa famiglia, figli e nipoti. Ricordo la sua camminata lenta mentre si avviava verso il mare; entrava senza incertezze, poi si fermava con l’acqua alle ginocchia e fissava l’orizzonte.

Circoscritta in un suo universo, mi appariva allora improvvisamente inaccessibile. Mio padre a volte la raggiungeva e li vedevo da dietro, fermi a parlare. Questa loro complicità svaniva quando dopo cena lei veniva a trovarci, si sedeva sul divano e dopo poco si addormentava, come il Nebbia del suo romanzo Le voci della sera, senza che questo alterasse la felice e serena atmosfera della serata di vacanza. Non sapevo ancora che quella donna con le gambe nell’acqua e gli occhi all’orizzonte fosse una miniera di pensieri intelligenti, di idee, di fantasie e rivelazioni; avevo allora una predilezione per scrittori defunti e preferibilmente stranieri. Quando lessi i suoi libri, Natalia Ginzburg non c’era più; mi sembrò allora di sentire non la sua voce, ma il suono fluido dei pensieri che le affollavano la testa mentre guardava l’orizzonte e forse, pensai, erano di queste cose profonde e intelligenti che discuteva in acqua con mio padre. Iniziai da Lessico Famigliare, il romanzo autobiografico che nel 1963 l’aveva resa famosa.

Ricordo il senso di stupore che mi colse quando lessi le righe sul suo amico Cesare Pavese: Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall’astuzia, dal calcolo, e dall’intelligenza. Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l’astuzia mette in noi radici più ferme che non l’avventatezza o l’imprudenza. Dunque, se io ero ancora viva, nonostante i tanti errori, le scelte impulsive e imprudenti, era solo perché i miei errori potevano essere ascritti a “stupidità e candore” e non a freddezza e calcolo.

Non solo il romanzo mi apparve bello, crudo e leale, ma anche in grado di penetrare nella mia vita, di renderla meno disprezzabile e solitaria. In un altro passaggio, una descrizione di Adriano Olivetti mi riportava a mio padre, alla sua capacità di “venire in soccorso” di chiunque fosse in difficoltà, figlio, amico, conoscente. E rendeva più chiaro il legame che univa quelle due figure con le gambe in acqua e il volto all’orizzonte.

(…) Capii così a poco a poco non vedendolo ritornare (Leone Ginzburg, nda) che dovevano averlo arrestato. Passò quel giorno, e la notte; e la mattina dopo, venne da me Adriano, e mi disse di lasciar subito quell’alloggio, perché Leone infatti era stato arrestato, e là poteva venire, da un momento all’altro, la polizia. M’aiutò a fare le valige, a vestire i bambini; e scappammo via (…). Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura (…) dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord (…); e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente.

Dopo Lessico famigliare mi buttai sugli altri libri; questa scrittrice irregolare, che spaziava dal teatro alla saggistica, che neanche nei romanzi tradiva mai la sua sete di sincerità e coerenza, diventò per me, ora che era morta, viva e presente. Leggendo i suoi romanzi e le sue prose sentivo che il pudore reticente che Natalia Ginzburg mostrava in quella luce marina di agosto si rovesciava sulla pagina nel suo contrario: un tono aperto, franco, mai retorico, ora affettuoso, ora asciutto, ma sempre partecipato. Voglio citare l’attacco de Le piccole virtù, brano che dà il nome alla bella raccolta omonima di prose e articoli e che uscì in volume nel 1961: “Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità (…); non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”. Forse di questo discuteva con mio padre? Mi piace immaginarlo.

Per chi volesse indagare questa grande narratrice legga la bella biografia che le ha dedicato Sandra Petrignani, che ne La corsara ne ripercorre in modo appassionante la vita e le opere. Infine invito tutti a correre in libreria per comprare la nuova edizione di Vita immaginaria a cura di Domenico Scarpa (al quale vorrei esprimere tutta la mia ammirazione) che raccoglie gli articoli pubblicati da Natalia Ginzburg su La Stampa e sul Corriere della sera tra il 1969 e il 1974. E sembra parlare proprio di me quando scrive: Quando i nostri genitori sono morti, ci è sembrato che si inabissasse il cielo e si oscurasse l’aria (…) Da gran tempo, non cercavamo più la protezione dei nostri genitori, o meglio non ci accorgevamo più di cercarla (…).

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