Vi scrivo da un tempo remoto: quindici anni fa. Cioè, aspettate: è come se mi trovassi quindici anni indietro ma è, credo, il 2021. Data memorabile: 4 ottobre 2021.

Ho la plausibile certezza che oggi sia oggi perché in tv commentano le elezioni amministrative di Roma e Milano, perché se mi tocco la testa è per grattarla e non più per pettinarmi, perché poggiato sul divano a fianco a me ho un iPhone e quindici anni fa non avrei sentito il bisogno di tenerlo lì.

Ma è proprio l’iPhone a scaraventarmi indietro. Col suo silenzio. Col suo soave, placido, repentino, imprevisto, ammaliante, porco silenzio. Dal tardo pomeriggio di oggi, da questo notevole tardo pomeriggio, ha smesso praticamente di servirmi. La batteria era rossa e rossa è rimasta: non si è scaricata, non l’ho caricata. L’ho usato solo per fare una telefonata ai miei genitori lunga i secondi necessari a convincerli d’essere ancora vivo. Nient’altro. Quattro pagine di icone fluorescenti impilate sullo schermo che non sanno darmi un motivo per poggiarci il polpastrello sopra. Ora che lo guardo, il polpastrello mi sembra anzi più tondo, meno appiattito. Tre icone questo pomeriggio sono morte, le altre è come se fossero al funerale: Facebook, Instagram, Whatsapp. Rip.

Non provo alcun lutto ma sollievo. E ho scoperto un sacco di cose.

Prima: tutte quelle cose indispensabili che ti avrei detto non erano indispensabili. L’urgenza di scrivertele proprio adesso, mentre mastico, facendoti barbaramente vibrare il telefono che hai poggiato di fianco al piatto, non c’è. Possiamo dircele domani; sì, ne parliamo domani. E posso anche fare a meno di leggere guardone i profondissimi commenti che duellano su Facebook. Certo, sto rinunciando a qualche amabile posteriore poggiato su una casuale citazione di Bukowski, alle foto da Gambero rosso che tramite Instagram dovrebbero solleticarmi invidia e acquolina, ma resisterò. Ormai penso di potercela fare.

Non mi interessa sapere dove sei. Correggo: so o immagino di sapere dove sia chi mi interessa.

Non mi interessa leggere perché secondo Tizio Caio – il nome è di fantasia – il green pass viola la convenzione di Ginevra.

Non mi interessa dirti quella battuta super esilarante a cui risponderai “ahahahahhaha” senza smuovere neanche un muscolo dei trentasei che hai in faccia.

Non mi interessa dirti che ti penso: farlo è un mistero.

E questo non vuol dire che io oggi abbia smesso di usare internet: ho visto una serie – Hit & Run, molto avvincente –, ho letto i giornali, ho speso su Amazon più di quanto volessi. Ma l’ho fatto per il tempo necessario. Azioni fatte e compiute. Quando apro Instagram colmo invece un momento che non ha motivo e che per questo non ha neanche ragione d’esaurirsi. Dura fino alla noia, dura troppo. Ho scoperto che ho più tempo e l’ho usato per scrivere queste righe. Prossima volta dormo.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

RIVOLUZIONE YOUTUBER

di Andrea Amato e Matteo Maffucci 14€ Acquista
Articolo Precedente

Facebook, WhatsApp, Instagram down per più di 5 ore: cosa sappiamo del blackout globale. “Colpa di modifiche a configurazione router”

next
Articolo Successivo

Windows 11 disponibile: Microsoft rinnova ancora una volta il suo sistema operativo

next