Se ci fosse ancora in Italia una mafia con un briciolo di intelligenza politica, avrebbe sul dischetto il calcio di rigore: consegnare Matteo Messina Denaro.

È evidente, soprattutto dopo la sentenza di Appello del processo “Trattativa”, che tutto l’armamentario costruito in Italia a partire dal 1982 per contrastare le mafie stia scricchiolando rumorosamente. Si impone ormai nella opinione pubblica una versione minimalista delle mafie, ridotte al rango di organizzazioni criminali comuni, dedite a far quattrini illegalmente e a riciclarli astutamente. Mafie che avrebbero preferito la strategia della “immersione”, cioè meno sangue e più corruzione, mafie che avrebbero imparato ad assoldare esperti informatici per sfruttare a pieno le potenzialità offerte dalla rete, mafie impantanate tra mascherine e usura, mafie rassegnate ad allacciare relazioni con politici di corto raggio (al massimo qualche consigliere regionale), mafie che quando mostrano ancora i denti lo fanno con una ferocia di provincia, quella dei Casamonica, delle “stese” napoletane, nei portoni esplosi foggiani.

Ed è in questo contesto che prima con qualche imbarazzo, a bassa voce, poi sempre più sfrontatamente si sono moltiplicate le voci di chi critica l’armamentario dell’antimafia come eccessivo, giustificabile in tempi di guerra, ma insopportabile in tempi di pace (o di pacificazione), lesivo dei diritti fondamentali della persona, contrario persino al principio fondamentale della uguaglianza di fronte alla Legge, in un tandem fatto da sentenze delle Corti (europee, costituzionale…) e prese di posizione pubbliche, testimonianze, convegni, dibattiti televisivi.

Uno dopo l’altro sono finiti o stanno per finire sotto attacco tutti i caposaldi: l’ergastolo ostativo e il suo rapporto con la collaborazione, la collaborazione stessa, l’impermeabilità del carcere per i detenuti mafiosi, l’inalienabilità del patrimonio confiscato, il sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati, le misure di prevenzione amministrative, fino alla Dna e alla Dia. Quest’ultima, Direzione investigativa antimafia, che nelle intenzioni di Giovanni Falcone doveva essere una sorta di Fbi italiana, costituita dalle eccellenze delle varie Forze di Polizia, non è mai stata amata proprio dai singoli corpi di polizia (e dagli interlocutori politici di ciascuna di esse) che infatti si affrettarono ad affiancarle propri settori specializzati nelle indagini contro la criminalità organizzata (Ros, Sco, Gico), mentre la Dna, Direzione nazionale antimafia (alias Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo) è percepita da molti come una forzatura poco “italiana” rispetto alla naturale, autonoma, competenza territoriale della magistratura e come un “trampolino di lancio” per carriere politiche di varia traiettoria. Insomma: un carrozzone.

Non può sfuggire dunque che uno dei puntelli su cui ancora di regge l’intera architettura antimafiosa sia la latitanza di Matteo Messina Denaro, ultimo grande boss di Cosa Nostra, condannato in via definitiva per le stragi del ’92 e del ’93, depositario dei segreti più scottanti relativi ai rapporti tra mafia e pezzi di Stato. In questi anni il lavoro inflessibile di magistrati e investigatori ha letteralmente fatto terra bruciata attorno al boss in fuga: famigliari, fiancheggiatori, persino “fan” sono stati arrestati e le loro ricchezze prosciugate.

Ecco il punto: se i mafiosi lo consegnassero, magari morto o morente qualora si voglia ancora avere uno scrupolo nei confronti di qualche referente altolocato, la partita sarebbe chiusa. L’ultimo puntello salterebbe e il castello malfermo verrebbe giù di schianto. Fortunatamente o sfortunatamente questa mafia non pare avere un’oncia di intelligenza politica e quindi non lo farà. E sia chiaro che questa “intelligenza” manca proprio perché in questi ultimi trent’anni lo Stato ha saputo adoperare al meglio proprio quell’armamentario, decapitando sistematicamente ogni nuovo tentativo delle mafie di riorganizzarsi “alla vecchia maniera”.

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