Sale a +6% la stima sul rimbalzo del pil 2021, dopo il crollo dell’anno del Covid, anche se cala lievemente a +4,7% il tasso di crescita programmatico atteso nel 2022. Gli investimenti recuperano il terreno perso, con un boom del 15,5%. E il debito/pil si riduce al 153,5 per cento, dopo l’impennata legata alla recessione e alle spese straordinarie per affrontare la crisi pandemica. La Nota di aggiornamento al Def approvata mercoledì dal consiglio dei ministri migliora le previsioni inserite dal governo nel Def di aprile. Se tutte le condizioni si avvereranno, il livello del Pil reale “già nel 2022 risulterebbe lievemente superiore a quello del 2019″. Dunque “rispetto alla flessione subita l’anno scorso, di quasi il 9%, ne recuperiamo circa i due terzi”, ha sottolineato in conferenza stampa il ministro Daniele Franco. Ma da recuperare c’è anche la mancata crescita causata dal virus. Per farlo, spiega il governo, “l’intonazione della politica di bilancio resterà espansiva fino a quando il Pil e l’occupazione avranno recuperato non solo la caduta, ma anche la mancata crescita rispetto al livello del 2019. Si può prevedere che tali condizioni saranno soddisfatte dal 2024 in avanti“.

A quel punto, il documento fa intravedere una stretta: “A partire dal 2024, la politica di bilancio mirerà a ridurre il deficit strutturale (cioè al netto delle una tantum e della componente ciclica, ndr) e a ricondurre il rapporto debito/Pil intorno al livello precrisi entro il 2030″. Il premier Mario Draghi però ha tenuto a sottolineare che i numeri della Nadef sono “la prima conferma che dal problema dell’alto debito pubblico si esce prima di tutto con la crescita“. Non con la contrazione delle spese pubbliche, dunque. “Questo significa anche, però, che nella selezione delle misure per la legge di bilancio dobbiamo stare attenti a quali misure contribuiscono a una crescita che sia equa, sostenibile e duratura“, ha anticipato l’ex numero uno della Bce. “Tutto quello che viene fatto non per l’equità e la sostenibilità non va bene perché aumenta il debito e non il prodotto”

Quanto allo stato di salute del mercato del lavoro, l’occupazione è data in crescita nel 2021 del 6,5%, mentre nel 2020 era crollata del 10,3%. Il tasso di disoccupazione è del 9,6% nel 2021, rispetto al 9,3% del 2020. Lo spazio di manovra per il 2022 aperto dalla differenza tra deficit tendenziale (4,4%) e programmatico (cioè quello che il governo punta a raggiungere, fissato al 5,6%) ammonta a circa 22 miliardi. Risorse che verranno destinate attraverso la legge di Bilancio.

Confermati Superbonus e Industria 4.0 – Per che cosa verranno impiegate? Tra il resto, il documento anticipa che “il sentiero programmatico per il triennio 2022-2024 consente di coprire le esigenze per le cosiddette politiche invariate e il rinnovo di numerose misure di rilievo economico e sociale, fra cui quelle relative al sistema sanitario, al Fondo di Garanzia per le PMI e agli incentivi all’efficientamento energetico degli edifici e agli investimenti innovativi“. Il superbonus al 110% dunque viene confermato, come rivendica il Movimento 5 Stelle. Prosegue anche Industria 4.0. E l’assegno unico universale per i figli verrà messo a regime. “Si sarà inoltre in grado di attuare la riforma degli ammortizzatori sociali e un primo stadio della riforma fiscale“. Le risorse potenziali da destinare al Fondo per la riforma del sistema fiscale, provenienti dal miglioramento dell’adempimento spontaneo, ammontano a 4,4 miliardi di euro. Le entrate “derivanti dalla revisione delle imposte ambientali e dei sussidi ambientalmente dannosi andranno utilizzate per ridurre altri oneri a carico dei settori produttivi”, è la promessa.

Venti ddl collegati alla manovra. Niente salario minimo – La Nadef anticipa tra l’altro che saranno 20 i disegni di legge collegati alla manovra: tra questi, la delega per la riforma fiscale e la legge annuale sulla concorrenza. Non compare invece un eventuale provvedimento sul salario minimo, annunciato ieri come “probabile” da alcune fonti di governo. Vengono citati un ddl per l’aggiornamento e il riordino della disciplina in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, un ddl per la revisione degli incentivi alle imprese e il potenziamento e la semplificazione del sistema degli incentivi alle imprese del Mezzogiorno, la revisione di alcune norme del codice della proprietà industriale.

I dati su crescita e deficit in miglioramento – La previsione di aumento del pil 2021 sale al 6%, dal 4,5% previsto nel Def in aprile, e scende dal +4,8 a +4,7 per il 2022. Anche la previsione di indebitamento netto (deficit) viene rivista al ribasso dall’11,8% del Pil nel Def al 9,4% della Nadef. La bozza annuncia che dalla metà del prossimo anno, grazie al ritorno graduale ai “normali livelli di apertura nelle attività sociali, culturali e sportive” sarà possibile raggiungere “il livello di pil trimestrale precrisi entro la metà del prossimo anno”. Da quel momento “comincerà la fase di vera e propria espansione economica, che porterà la crescita del pil e dell’occupazione nettamente al disopra dei ritmi registrati nell’ultimo decennio”.

Incertezza legata a virus, carenza di materie prima, aumento dei prezzi dell’energia – Non manca, come sempre dal febbraio 2020, l’incognita legata all’evoluzione della pandemia ma ora anche ai colli di bottiglia nella disponibilità e distribuzione delle materie prime: “Le prospettive di ulteriore recupero del Pil nei prossimi trimestri”, si legge nella premessa firmata dal ministro dell’Economia Daniele Franco, “sono legate in primo luogo all’evoluzione della pandemia e della domanda mondiale, ma saranno anche influenzate dalle carenze di materiali e componenti e dai forti aumenti dei prezzi dell’energia registrati negli ultimi mesi, fattori che impattano anche sui costi di produzione delle imprese e possono ostacolarne i piani di produzione. L’elevata circolazione del coronavirus a livello mondiale e i bassi tassi di vaccinazione in Africa ed altre aree geografiche potrebbero favorire l’emergere di varianti più contagiose o capaci di evadere gli attuali vaccini. Inoltre, la fragilità del settore immobiliare e le conseguenti tensioni finanziarie in Cina”, chiaro riferimento al caso Evergrande, “potrebbero avere ripercussioni sull’economia mondiale”.

L’altro spettro è quello dell’inflazione, una cui ripresa prolungata “potrebbe costituire un rischio per la crescita”. I recenti rincari legati all’aumento dei prodotti energetici “potrebbero persistere per un periodo più lungo di quanto attualmente scontato dai futures su petrolio e gas” e se così fosse l’inflazione più alta “ridurrebbe il potere d’acquisto delle famiglie e farebbe rallentare la ripresa” e su un orizzonte più lungo potrebbe innescare un rialzo dei salari con “conseguente persistenza dell’impulso inflazionistico”. L’aspettativa di una risposta delle banche centrali potrebbe a quel punto causare tensioni nei mercati finanziari.

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